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Penso ci sia qualcosa di diabolico in questo nostro continuo, incessante, assordante (si, perché la corsa fa rumore eh) andare di fretta.

A volte penso che “lassù” abbiano un piano ben preciso la cui finalità è tenerci al largo di noi stessi e del nostro cuore e la metodologia è sempre la stessa: farci andare di fretta.

Ti svegli la mattina, a stento raggiungi la cucina per un caffè, a volte esci di casa che mica lo sai se ti sei lavata i denti oppure no, mentre vai a buttare la spazzatura e aspetti che tua figlia scenda, per farla salire in macchina a motore già acceso, correre a scuola, fare la spesa, rispondere a quelle mail che ti pungolano e ti mordicchiano le caviglie mentre fai la fila alla posta, spignattare qualcosa di assolutamente casuale e imprevedibile in cucina, rimetterti in marcia immersa nelle mille quotidiane attività che gravitano attorno la tua esistenza e non pensare, o meglio, non ascoltare (il tuo cuore, ovvio).

L’unico vero, sensato, emozionante gesto rivoluzionario è uscire dal gioco.

Come? Fermandosi.

All’inizio pare impossibile: mille cose da fare, la famiglia, il lavoro, gli hobby, lo sport dei bambini, l’impegno settimanale con la parrocchia, la casa, il volontariato, le cene sociali  (che poi, diciamocelo,  siamo bravi a trovare sempre nuove voci all’elenco: mai una volta che provassimo a depennarne una). L’esercizio richiede impegno e gradualità: basta iniziare ad allentare un pochino, non dico tanto, per investire il proprio tempo su di sé.

Facendo cosa? Nulla!

Ieri avevo mezz’ora di tempo (ho detto MEZZ’ORA e mi sono sentita una donna ricca e felice). Così sono andata al parco (era una vita che non ci andavo) ho scelto una panchina che mi piacesse, fronte albero (mi piacerebbe dirvi tiglio, faggio o frassino che farebbe figo ma purtroppo, pur amando molto l’articolo,  non so dire che differenza ci sia tra le sue varieta’). Insomma, dicevo, mi sono seduta fronte fronde e ho trascorso la mia mezz’ora a contemplare quel bellissimo albero e a sorprendermi nel notare dei particolari che normalmente mi sfuggono quando passo svelta e distratta. La rugosità della corteccia che non era uniforme, come del resto il suo colore striato e quasi cangiante. il gioco che la luce faceva attraversando le foglie e che cambiava con il vento e quel silenzio, che sembrava irreale in quello spazio, mentre le persone che veloci passavano alle mie spalle emettevano un lieve fruscìo, quasi come che si lamentassero sibilando lentamente, i loro pensieri veloci e costretti alla marcia longa del quotidiano vivere stropicciati.

Nella lentezza lo sguardo si fa più morbido sulle cose, quasi si distende e spuntano  pensieri, parole, piccole visioni che normalmente si nascondono. Così, osservando quell’albero, ho pensato a quello che mi porto da questo viaggio lungo 15 anni nel mondo dell’accoglienza, al di là degli incontri che poi sono diventati affetti e delle molte esperienze condivise, e ho compreso profondamente che io la bellezza di questa mia esperienza la voglio continuare a esprimere, aiutando gli altri a innamorarsi del proprio lavoro come lo sono stata io del mio. Si, perché non c’è niente di più appagante di fare, non importa cosa, con piacere  divertimento e  amore. Penso che una buona parte della crisi di valori nella quale siamo immersi oggi, sia dovuta proprio a questa crisi identitaria nella quale siamo sprofondati tutti e che non ci fa più stare in contatto con noi stessi, con i nostri reali bisogni, con il piacere di esserci gli uni per gli altri, di regalarci il lusso (perché ormai è un lusso) di una cosa fatta con piacere e con amore.

Nella lentezza di un soleggiato mattino di novembre, ho capito che fermarsi è un dovere morale, perché serve a mettere ordine nella propria esistenza-armadio, a fare il cambio di stagione se serve, a regalare ad altri quello che non ci sta più e a  fare spazio a qualcosa di nuovo, che ci dia gioia e ci vesta perfettamente.

Ho compreso cioè che spesso la velocità è una fuga, un modo discreto e apparentemente indolore per rimandare i bilanci interiori, per vivere (o meglio sopravvivere) galleggiando.

Io da grande non voglio correre, semmai voglio insegnare a camminare piano e a fermarsi proprio quando serve e a cercare una panchina, un muretto, una spiaggia, un cucuzzolo di montagna su cui sedere.

A che fare? Niente!