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A volte le parole e le spiegazioni lasciano intatto il terreno che vorrebbero dissodare.

Occorre un’esperienza, la sperimentazione soggettiva di un gesto, di un’azione, di una sequenza, per rendere chiaro a chi vuole comprendere cosa sia un determinato evento

Mauro Pellegrini

Del valore dell’ascolto e del silenzio ho scritto spesso, perché sono temi centrali nella mia idea di comunicazione e rappresentano il filo rosso delle mie esperienze in natura.

Una di queste, la prossima, avrà luogo all’Isola d’Elba (Livorno) il 22 Maggio.

Di che si tratta?

Di un’occasione per sperimentare direttamente e soggettivamente quello che vado spiegando durante le sedute di digital coaching.

L’assunto di partenza è semplice, forse banale, eppure ha su di me un impatto emotivo sempre nuovo.

La comunicazione è sottovalutata.

L’atto in sé lo è.

Sommersi da un incessante chiacchiericcio che fa da sottofondo alle nostre giornate intense, abbiamo perso il contatto con l’essenza stessa del comunicare.

L’essenza del comunicare sta nel ritmo  dello scambio.

Sì, la comunicazione è questione di ritmo, è un accordare i nostri strumenti, un mettere insieme il tuo con il mio, facendo spazio a entrambi, alla ricerca di un noi.

Di questo si parla, quando si comunica: di un te e di un me che si danno appuntamento in un imprecisato punto del nostro incontrarci, per dare inizio a una danza.

Nella danza del comunicare ci sono gesti e pause che vengono scanditi dal ritmo stesso del comunicare e nel fare coaching con me hai la possibilità di sperimentare su di te l’effetto di questo ritmo.

Presi da un vorticare impazzito di comunicazione di varia natura, abbiamo perso la nostra innata capacità di ballare con gli altri e spesso siamo diventati goffi, impacciati, quasi intimiditi dall’altro.

Abbiamo iniziato a non credere più alla magia di quel ritmo, ci siamo assuefatti a un casuale andirivieni di mosse più o meno standardizzate, perdendo il piacere di incontrare la sinuosità del nostro corpo che incrocia l’altro.

Non importa se le parole sgorgano a fiumi o escono centellinate dalle nostre labbra: abbiamo smesso di ascoltare e di attribuire loro un significato preciso.

Un significato che reifica i nostri pensieri: io sono quello che dico, le parole creano mondi, aprono porte o mi precludono possibilità a vita.

Da questa perdita di potenziale magico dell’atto del comunicare, discende una modalità espressiva spesso scialba, poco somigliante a noi stessi che finisce con il risultare poco incisiva perché poco interessante per chi legge.

Uno dei motivi principali per cui il nostro comunicare finisce con il passare inosservato, è che l’altro non si sente visto, non percepisce alcun grado di attenzione da parte nostra.

Manca cioè la componente relazionale e con ciò si perde di vista che la comunicazione è scambio tra due o più soggetti.

La comunicazione che non si da la pena di tararsi sulle reali esigenze del lettore, è a mio avviso uno dei principali motivi di disaffezione al testo scritto che io conosca.

Su questo punto lavoriamo molto insieme durante le esperienze di coaching.

Come lavoriamo insieme?

Facendo silenzio.

Nel silenzio emergono spesso i nostri presupposti, l’insieme di assunti che diamo per scontati e che spesso non lo sono per chi legge, così come le pretese.

Nel silenzio tutto diventa chiaro, emergono nodi e paure, insicurezze e tensioni su cui, volendo, è possibile lavorare per cercare di aprire il proprio canale comunicativo.

 

Silenziando la mente che mente, camminando a passo lento, permettendoti di fare spazio ad altro, puoi fare esperienza concreta di quanto ti dico.

Del resto, scriveva Yeates:

La mente si muove sul silenzio
come sul fiume un insetto dalle lunghe zampe”

Praticare il silenzio consapevole, ricercando cioè momenti di quiete personali nei quali allenarsi a lasciare andare pensieri e abitudini poco funzionali per sé, imparando a riportare su un taccuino sensazioni, reticenze e paure, può essere un primo passo verso una comunicazione più efficace, perché in grado di accogliere anche le istanze dell’altro, di fare loro spazio.

Vedi, non abbiamo bisogno di parole che si aggiungano ad altre tonnellate di parole: abbiamo bisogno di creare occasioni di sintonizzazione.

Scrive in proposito Mauro Pellegrini, in un meraviglioso elogio del silenzio:

La sintonizzazione è uno degli strumenti fondamentali dell’apprendimento. Tante delle cose importanti che abbiamo appreso: la nostra lingua madre, la capacità di interagire con gli altri e quella di modulare l’attenzione (mettere certi filtri per non essere distratti, applicare la curiosità ad un oggetto), le abbiamo apprese grazie ad essa. Un po’ era innata perché parte dell’armamentario di base dell’apprendista che ognuno di noi è stato; un po’ si è sviluppata grazie al suo uso su di noi di chi ci ha allevato: come dire che abbiamo appreso a sintonizzarci perché, prima, qualcun altro si è accordato con noi, ha ascoltato i nostri bisogni e ci è venuto incontro sui nostri desideri quasi prevedendoli.

Sintonizzarsi, leggo, significa accordarsi (e si torna all’idea della musicalità innata delle persone che si esprime attraverso un linguaggio che non necessariamente ha da essere verbale) armonizzarsi con le idee di qualcun’altro.

Quest’estate, all’Isola d’Elba (Livorno), inaugurerò diversi workshop sul tema del silenzio e della comunicazione consapevole, con l’idea che la natura generosa dell’isola sia da stimolo in tal senso.

Se vuoi, domenica 22 maggio puoi farne un assaggio di un paio di ore con me (guarda l’evento se ti va).

Occorre abbigliamento comodo, una bottiglia di acqua, un taccuino e tanta voglia di avventura 🙂