La Comunicazione è simile a un respiro.
Ha i suoi tempi.
Li richiede, è fisiologico ma finché non ne tieni conto, non focalizzi l’attenzione sull’alternanza del riempire e svuotare, produrrai una comunicazione altrettanto meccanica e inconsapevole, che da per scontato se stessa e, cosa ben più grave, l’audience di riferimento.
Il giorno in cui invece impari ad avere rispetto di quell’alternanza, la ascolti, la accetti, la ampli ancora un po’, ti balocchi dentro a quella sensazione di limite, di assenza, di calma, di “né pieno né vuoto” e  accetti di metterti in relazione, di far parlare oltre che parlare, ti incammini sul sentiero della comunicazione utile e consapevole, in una parola rilevante.

Un po’ come la stagioni, no?

A una primavera esplosiva, segue un’estate carica di frutti che introduce un autunno avvezzo ai sussurri, prima che l’inverno metta a tacere i virgulti, concentri le forze in vista di nuove promesse.

Così è la comunicazione e per questo mi sento una contadina del web, perché vado cercando l’equilibrio perduto, di riavvicinarmi a uno stato di quiete e armonia capaci di tornare a regalare senso alle cose, in un panorama che troppo spesso sento sguaiato e scollegato, svuotato, autoreferenziale, inutile.

Con questo sentire entro in classe, quando tengo corsi di comunicazione e anche quando entro nelle scuole elementari a seminare progetti.

Quest’anno #twletteratura ha in serbo #twpinocchio e sarà la V elementare del Comune di Marciana a fare il percorso con me e, si sa, ogni volta l’emozione è regina.

Si tratta di quel friccicorio di pancia che ti prende quando inizi una nuova via, che non sai bene dove ti porterà: sai solo che la percorrerai con persone speciali, i bambini.

Lo dico?

Lo dico.

Ci vado per avvicinarli alla lettura (anche se hanno già Maestre molto brave in questo).

Ci vado per insegnare loro la sintesi (140 caratteri per un tweet che condensi una storia: a volte sembra mission impossible eppure…).

Ci vado per metterli in rete e, chissà, aprirli a strade nuove che non conosciamo.

Ma ci vado anche nella segretissima speranza che il territorio domani impari a camminare con le sue gambe, che acquisisca consapevolezza e padronanza degli strumenti di comunicazione e che, complice la propria conoscenza e l’amore per l’isola, se ne faccia cantastorie naturale, autoctono, indipendente, libero e bello.

E’ un progetto che richiede tempo, dedizione, testa bassa, e molta fortuna: ti ricorda mica il lavoro che deve fare un contadino quando ara un campo in previsione di un abbondante raccolto?

Nel frattempo respiro, apro i polmoni, faccio spazio, sto in quella pausa, in silenzio (perché la comunicazione ha più silenzi che parole ma nessuno te lo dice: sperimentalo).

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