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Caffè.

La mattina ha una sola parola d’ordine.

Niente se, niente ma, non ancora.

Solo una necessità. Una fame di aroma e calore, di un momento per me, tra le pieghe del pigiama e l’anarchia perenne dei miei capelli insensibili alle lusinghe della disciplina di una qualsiasi piega. Loro esistono, mi basti di sapere questo, non mi è dato dare loro indicazioni sul come esistere.

Stamattina Irene è andata a scuola a piedi, il che significa che ho più tempo per quel caffè, più tempo per lavarmi, più tempo per rifare i letti. Più tempo.

Quest’anno mi sono promessa più tempo. Anzi no, tempo migliore, meglio impiegato. E leggerezza.

Si, me la devo. Me la voglio.

Dopo anni di scalpello, ruspa, martello pneumatico e vanga tra le pieghe della mia me.

Può bastare.

Ho ispezionato a sufficienza le mie profondità.

Ci sono andata dentro quel buio. Mani, piedi, viso, gomiti.

Abbiamo capito.

Adesso allento. Che sia un lasciare andare anche questo?

Nel dubbio, non disdegno e mi abbandono al fascino sottile dell’andare leggeri, morbidi, soffici, planando.

Che poi credo sia una questione di educazione (laudata sia). Insomma, ‘sto piglio sempre coinvolto nelle cose, mai pago, eternamente bisognoso di approfondimento e sguardo critico, quasi che sulla superficie si depositasse solo il frivolo e soprattutto come se il frivolo fosse sinonimo di demonio, penso mi arrivi da “lontano”. Credo in realtà che ci sia bisogno di sperimentare tutte le dimensioni che ci sono proprie e che il demonizzarne alcune porti a squilibri, mancanze, nodi irrisolti e penso che e a noi donne sia stata negata all’origine la sperimentazione di tutta la gamma cromatica delle emozioni (pena il temuto giudizio morale). Per cui, se volevi indossare i panni della brava ragazza (perché li volevi indossare, giusto?) dovevi studiare, andare bene a scuola, coltivare la tua fame di conoscenza e quindi sviluppare un atteggiamento coinvolto, curioso, partecipe, mai pago di approfondimento a tutti gli aspetti della tua vita. Possibilmente dovevi anche  essere  sempre gentile, educata e pronta ad accogliere le istanze altrui (se ti stavano strette, poi, questo era affare tuo).

Detto ciò, considerato che sta a noi ogni giorno scegliere cosa portare nella nostra esistenza  e cosa no, a quale condizionamento continuare a dare peso e quale buttare via, anziché indugiare nella recriminazione di una educazione ancora vagamente sessista, preferisco abbandonarmi alla leggerezza di questo momento, senza cedere alla consueta fretta di fare, produrre, pensare, leggere per approfondire.

Me ne andrò lenta questa mattina, forse tralascerò qualcosa ma sono convinta che incontrerò il sorprendente, il mai visto fino ad oggi semplicemente  perché non gli ho mai fatto spazio. A una cosa però non rinuncio: al mio amato, quotidiano, elenco di 10 cose belle per le quali ringraziare questo giorno.

La prima?

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