Una foglia cadendo fa il piccolo tonfo
scuote un poco la stella e una geometria d’universo
si sbilancia negli assi.

Tutto un tratteggio di rette infinite un pulsare di gradi angolari
nessuna ala distesa fa a meno e la caduta non è che un’ algebra infinita che va giù nella cifra, nel rigo.

Mariangela Gualtieri

Sì, c’è stato un tempo in cui si credeva nelle grandi forze cosmiche e in cui gli uomini hanno fatto di tutto per ingraziarsele, comprendendone gli umori, imparando a interpretarne il linguaggio muto dei segni e dei sogni.

C’è stato un tempo in cui vivere in sintonia con i ritmi, le stagioni, le geografie dei luoghi, era cosa normale e a nessuno veniva in mente di cambiare il corso delle cose.

Un  tempo in cui si viveva un po’ come le piante, che ostentano una indifferenza sovrana verso il mondo umano, l’alternanza dei regni e delle ere.

Non possiedono orecchie e occhi per farsi un’immagine delle forme del mondo, le piante, non corrono e non volano, non sono capaci di privilegiare un punto specifico dello spazio perché devono stare là dove sono.

Non hanno mani per maneggiare il mondo, ma difficilmente potremmo trovare artisti più abili di loro nel realizzare forme.

Lo spazio, per le piante,  non si sbriciola in una scacchiera eterogenea di geografie disparate: il mondo si condensa nella porzione di suolo e cielo che occupano.

A differenza degli animali, non intrattengono alcuna relazione privilegiata e selettiva con la realtà che le circonda, sono e non possono che essere, costantemente esposte a tutto ciò che le circonda.

L’assenza delle mani non è un loro limite ma la conferma di quanto queste vivano in relazione profonda con tutto il creato, costituendolo.

Al volume preferiscono la superficie, perché è in virtù di quanta parte di sé espongono alla luce e all’ambiente, che le piante assorbono i nutrienti che sono loro necessari alla loro crescita.

Il loro arrivo sulla terra ferma, ha sostanzialmente cambiato in modo permanente il volto del pianeta: è solo perché c’è la fotosintesi che la nostra atmosfera  si costituisce anche  di ossigeno.

Guardando le piante, mi viene da dire che le foglie sono la forma dell’apertura:  della vita capace di essere attraversata  dal mondo senza esserne distrutta e senza distruggerlo.

Dovremmo imparare dalle foglie, ad aprirci al bene, all’esserci, all’accogliere profondamente e con gratitudine grande quello che c’è, senza questionare, senza desiderare avidamente altro o respingere con disprezzo quanto abbiamo, cedendo alla dittatura di una mente che distrae, annebbia, causa sofferenza.

Imparare dalle foglie, significherebbe imparare ad abitare l’umiltà del limite, del quanto basta, nel silenzioso e religioso raccogliersi di forze e fluidi che ogni giorno pazientemente ridonano vita e respiro al mondo.

Dalle foglie dovremmo farci accarezzare e dal vento, in questi giorni di tormenta nel cuore che ci chiedono una sola cosa: di trovare pace e casa, rifugio e ascolto proprio nel centro del petto.

Acquietare la mente, scoprire i doni che un silenzio accolto con ascolto profondo e ampio sa portare a chi conservi in sé l’incedere del principiante, di chi non sa ma che sempre osserva, impara, ascolta, si presta a nuovo scoprire con cuore sincero.

E’ questa la biofilia cui siamo tutti chiamati a tornare a dare ascolto, in giorni che sono anche promesse, spingimento di nuovi paradigmi che chiedono a gran voce di essere accolti perché non è più tempo per il consumo smodato e gridato: siamo chiamati a un raccoglimento che è alfabeto di saggezza e salvezza, ricerca umile e sentita di una religiosità interiore che svelando la nostra innata luminosa essenza, può farsi bussola di un nuovo cammino.

Bisogna esplorare sentieri nascosti, marginali, periferici, dimenticati dal clamore sordo di un correre impazzito e sfrenato che porta solo a perdersi nella moltitudine di luoghi comuni per perdere l’unico luogo che davvero abbia un senso: quello del cuore, della salvezza, dell’essere uno e tutti.

E allora torniamo a Lei in questi giorni confusi, affacciamoci alle finestre di un’anima che noi tutti conserviamo verde, perché verde nei secoli è sempre stata la nostra casa e verde, di bosco e di vento, continua a esserlo.

Ce lo ricordiamo, che è verde la nostra casa,  ogni volta che ci inerpichiamo su un sentiero, quando lasciato il cemento ci avventuriamo su per una mulattiera, un sentiero di campagna, un fiumiciattolo dalla voce argentina.

Torniamo a vedere, torniamo a sentire, in questi giorni che dilatano il tempo e lo spazio della cura e dell’ascolto, quell’incanto sempre vivo che si accende al frusciare delle fronde di un platano o quando in bocca esplode il sapore dolce di una ciliegia matura.

Torniamo a sentirlo, il rumore della pioggia nel bosco, il fischio del vento, lo scricchiolio degli abeti di notte.

Abbiamo bisogno di credere che qualcosa di buono possa ancora accadere, ma per farlo dobbiamo essere disposti ad avere fiducia, esercitando pazienza, umiltà, rigore dove è richiesto di averne, affinché possiamo tornare  a sentirci parte di un gioco grande, immenso e ricco, nel quale siamo tutti chiamati a fare la nostra parte per un bene che non è nostro, è di tutti.