Si fa davvero un gran parlare di cambiamento e di crisi e qui, lo giuro, non vorrei scomodare Kennedy e la sua famosa interpretazione cinese del temine crisi.

No, io qui vorrei parlarti di  quelli che ad oggi sono gli strumenti (teorici e non) che uso sia per orientare me stessa altri in questa avventura che richiede a mio avviso anche una buona dose di creatività.

Cosa è la creatività?.

La creatività altro non è che la capacità di combinare in modo personale elementi di realtà noti.

Questo implica l’uscita dalla comfort zone del “così fan tutti” e un atto di responsabilità verso se stessi/e e gli altri.

Essere creativi significa diventare padroni/e delle proprie risorse e scegliere in modo consapevole come usarle.

Da questo punto di vista, ci sono discipline in continua evoluzione che ci vengono in soccorso e tra queste, le neuroscienze, perché  ci sostengono nel metterci in contatto con le potenzialità creative ed espressive della nostra mente, che è più vocata al cambiamento di quanto le nostre paure vorrebbero farci credere..

Le neuroscienze ci insegnano infatti che,  grazie alla plasticità del nostro cervello, un cambiamento è sempre realizzabile, a patto ci si dia il tempo di realizzarlo e si sia disposti a tollerare un certo grado di disagio e sofferenza derivanti dall’abbandonare la via vecchia per la nuova.

Ma come si manifesta il desiderio di cambiamento?

All’inizio spesso è un disagio.

Probabile tu non gli dia un nome.

Se ne sta lì, come un ronzio insistente nell’orecchio, una piccola ma costante fitta al costato, un mal di testa latente, un groppo in gola, qualche manciata di lacrime che non ne vogliono sentire di venire giù.

Il bisogno di cambiamento si manifesta in modo del tutto personale: impossibile stare qua a elencarne i sintomi.

Ma una cosa è chiara: quando arriva non ti molla.

Quando si manifesta in te questa esigenza, che tu ne sia consapevole oppure no, ti si appiccica addosso come una seconda pelle.

Magari pensi che sia fame nervosa e la finisci lì, oppure ti iscrivi in palestra, ti segni a un corso di acquerello, inizi a ritagliarti del tempo per te stesso/a perché il lavoro ti stressa, i bambini sono impegnativi, non vai d’accordo con il capo ufficio, hai raptus omicidi che fatichi a controllare quando parli con la tua collega. Non è importante che si stabilisca un nome o un sintomo particolare con cui si manifesta il desiderio di cambiare: qui mi basta farti sapere che “quel bisogno insopprimibile” bussa a intervalli regolari alla tua porta.

Toc Toc (sono la PAURA): mi apri?

Una volta capito che la necessità di cambiamento è molto probabile che a un certo punto della tua vita bussi alla porta, hai sempre almeno due possibilità.

Non è vero, ce ne sono sempre una infinità, ma qua, per ragioni di spazio, ne vedremo insieme due ma se vuoi raccontarmi le tue varianti, scrivimi: sarò ben lieta di leggerti.

Prima opzione: “Ancora tu? ma non dovevamo vederci più?” (cit.)

In questo caso non apri alla porta.

Che tu non senta il campanello, che tu non voglia andare ad aprire o che tu non sia in casa poco importa: al levarsi del vento del cambiamento non rispondi.

Fatica, stress, paura dell’ignoto, attacchi di panico, insonnia: qualsiasi sia la motivazione che ti tiene alla larga da quella porta io dico che fai bene a non presentarti all’uscio. Il cambiamento non è una necessità per tutti e soprattutto ci sono molti buoni motivi per cui potresti scegliere di non percorrere questa strada.

Ogni cosa ha il suo tempo e nostro compito è anche quello di riconoscere in che fase siamo, darle un nome, trovare un equilibrio che per noi sia significativo, fare un bilancio benefici cost (perché sì, cambiare è dispendioso da ogni punto di vista e l’agguato del nostro guardiano interiore, pronto a sabotarci con mezzi leciti e illeciti, è implacabile e capace di smorzare anche gli entusiasmi più vivaci).

Per cui, è necessario rimanere con i piedi per terra e decidere in modo autonomo se aprire o meno quella porta.

Per conoscere la vostra vera natura, dovete attendere il giusto momento e le giuste condizioni. Quando il momento giusto arriva, vi risvegliate come da un sogno. Capite che ciò che avete trovato è vostro e non proviene da alcun luogo esterno.

Seconda opzione: “Vado o non vado? Vorrei ma non posso? Ok, facciamo che posso” (tuo dialogo interno, riprodotto con approssimazione e licenze poetiche n.d.r.)

Ecco, qui è dove ti alzi dal divano, ti stacchi dalla TV, dalla tua confortevole quotidianità (che di confortevole al momento ha solo il fatto di essere nota, ma vuoi mettere? ti pare poco?). Hai i capelli arruffati e si, quella ricrescita stona un po’ ma adesso, suvvia, fammi il favore: apri quella porta, infondo hai deciso che si, lo avresti fatto.

Quello che vedi quando la apri lo sai tu.

Non c’è niente che io possa scrivere per descrivere l’insieme vario e personale di paure e di resistenze al cambiamento che il nostro cervello è in grado di produrre al fine di scoraggiarci.

Mostri con tre teste, compagni di scuola dispettosi che ti hanno umiliata da bambino/a, le urla di tuo padre e ancora la paura di deludere, di fallire, di non riuscire, di impazzire…

Dietro a quella porta c’è letteralmente un mondo di situazioni, ricordi e paure destinato a viverti dentro, a ritagliarsi uno spazio, a subaffittarti il cuore.

Si, mi piace dirtelo subito: la paura e la fatica non passeranno, potrai imparare però a conviverci in modo più o meno pacifico e a farle spazio.

Il cambiamento e l’evoluzione personale risiedono anche in quello spazio nuovo di convivenza con i più e con i meno, con il desiderio e la paura, che sarai in grado di fare.

Qui inizia il viaggio, ma sappi che puoi sempre tornare indietro.

Il cambiamento non è un dovere.

Ma credo che sostanzialmente sia un intenso interrogarsi sulla vita e la morte, da cui emerge come risposta una profonda e gioiosa saggezza.

Perché il  fatto è, che la sofferenza è un’opzione.

Ogni volta che proviamo una sensazione stressante, che può andare da un piccolo disagio a una grande rabbia e disperazione, possiamo essere certi della presenza di un preciso pensiero che causa la nostra reazione, che ne siamo consapevoli oppure no.

Il modo per mettere fine allo stress e abbracciare un duraturo cambiamento, è indagare il pensiero che sta dietro alla sofferenza.

Questa semplice pratica porta a un grande risultato: quello di rendersi conto che tutti i concetti e i giudizi che diamo per scontati, sono distorsioni delle cose come sono in realtà.

Quando crediamo ai nostri pensieri, anziché a ciò che è vero per noi, sperimentiamo vari tipi di malessere emotivo.

La sofferenza è un sistema mentale di allarme che ci avverte che ci stiamo attaccando a un pensiero, auto infliggendoci la “seconda freccia” di cui parlava Buddha.

Nelle 4 Nobili Verità, il Buddha chiarisce molto bene questo aspetto, parlando dell’ineluttabilità della sofferenza (la prima freccia), che esiste in modo inconfutabile in quanto  legata all’essenza impermanente, impersonale e vuota di tutto ciò che ci circonda.

La seconda freccia, nasce  dall’attaccamento che ognuno di noi sviluppa alimentando bramosia nei confronti del  piacere (impermanente, per cui destinato a diventare dispiacere) e dall’ avversione per tutto ciò che non piace.

All’origine del male, ci sarebbe dunque il proliferare di descrizioni, commenti, giudizi che la nostra mente produce nell’atto di conoscere, che porta a dividere e  separando, allontanandoci dal mondo e da noi stessi.

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