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Bambini, create il nuovo!

Richard Wagner

Ieri sono rimasta sveglia fino a tardi. Ho fatto vedere le slide della lezione che mi ero preparata, a Irene, mia figlia dodicenne, perché lei è la migliore critica dei miei contenuti. Quando si entusiasma è contagiosa e quando vede che qualcosa non funziona nel discorso che ho pensato di articolare, ha una lama affilata al posto della lingua. Mi piace per questo: è schietta e mi regala punti di vista nuovi e soprattutto mi aiuta a capire se la lezione può funzionare o anche no.

Le slide erano quelle  di una lezione introduttiva sul mondo del Web, per bambini di Quarta Elementare. Obiettivo (non troppo segreto) prenderli per mano e farli partecipare all’iniziativa #twifavola, che si propone di rileggere “Le fiabe al telefono” di Gianni Rodari in un twit. Insomma,  FravolaLab, il mio laboratorio di scrittura digitale creativa,  adesso apre le porte ai bambini.

L’idea di andare a bussare alle Scuole Elementari, in realtà mi balena da un po’, perché penso sia doveroso cercare di aiutare i bambini a trovare una qualche forma di continuità tra gli insegnamenti scolastici che li vedono impegnati con i grandi classici e quella che è la loro quotidianità a casa, fatta di tablet, smartphone, connessioni wireless e neologismi anglofoni.

Facile, direte voi. Impegnativissimo, rispondo io.

Come sempre, preparare una lezione, significa principalmente parlare CON un gruppo di persone: sintonizzarsi, capire quali sono le sue esigenze, carpirne linguaggi e modalità espressive, interessare, coinvolgere e soprattutto essere utili.

Come spesso accade, quando si  tratta di tradurre l’idea in pratica, mi  scontro con le difficoltà del caso.

Un esempio su tutti: il linguaggio. Come avrei dovuto parlare? Via i tecnicismi sterili, ovvio, ma avrei dovuto pescare un linguaggio particolarmente semplificato o mi sarebbe bastato parlare normalmente, avendo cura di evitare il superfluo?

Poi ho pensato a Irene, che non ha superato da molti anni quell’età, e ripescando nel mio quotidiano ho trovato la risposta che spesso è più semplice della domanda. Ho capito cioè che avrei dovuto parlare ai bambini come ho sempre fatto con mia figlia, quindi  normalmente. Niente “picci picci” o roba simile, via giri di parole inutili per arrivare al punto: schiettezza, spontaneità e magari un briciolo di ironia, ché i bambini non hanno perso la voglia di ridere, al contrario di noi grandi.

E’  stata magia.

Ho trovato un ambiente accogliente, vivo e vivace, come la quarantina di occhi che mi scrutavano affamati di storie, e tutta la passione di cui sono capaci le Maestre che ogni giorno  portano avanti un lavoro spesso difficile e mai abbastanza riconosciuto, con professionalità ma soprattutto con garbo e molto cuore.

Ho scoperto che i bambini conoscono un sacco di cose e che hanno una visione ricca, anche se ovviamente un po’ confusa, della materia. Si destreggiano con disinvoltura tra le parole, fanno sorrisi larghi al solo sentir parlare di “twitter”, si emozionano  all’idea di poter conversare con altri bambini al di fuori dall’isola.

Su tutto il loro raccontare, vince il verbo “Comunicare“, che per me fa rima con Amare, perché ci vuole amore e una buona dose di ascolto, per riuscire a trasmettere ad altri quanto abbiamo nel cuore. Un cuore, che i bambini non hanno paura di mostrare e che faticano a contenere nello spazio di un sorriso, quando rivolgi loro una parola di meraviglia per il loro sapere. Una conoscenza, quella dei bambini, della quale dovremmo avere grande rispetto e cura, senza demandare l’intero compito alle insegnanti, ma prendendo ognuno per sé la propria parte. Una responsabilità, quella dell’educazione, che dovremmo tornare a immaginare come sociale, quindi collettiva e dunque espressione di un “fare insieme”, ognuno per il pezzo che può. Una responsabilità dalla quale io per prima scelgo di non esimermi  e che interpreto raccontando storie e aiutando altri a trovare la propria da raccontare.

Si fa un gran parlare di svolte e cambiamenti, di crisi e di rilancio. A mio avviso,  nessun cambiamento è possibile se questo non parte da noi stessi, dalla nostra volontà di interpretare in prima persona la svolta che ci auspicheremmo nel mondo. Come? Nel piccolo, nel quotidiano, riappropriandoci delle nostre responsabilità tra le quali, ovvio, spicca l’educazione dei bambini.