bagno di foresta

Camminare è un gesto rivoluzionario, perché ci riconnette all’essenza, che può facilmente diventare  un viaggio dentro noi stessi.

È un insieme di umiltà, coraggio, equilibrio, odori, colori, suggestioni, ricordi e a volte – quando si va avanti a lungo – anche di nostalgia.

Camminare dilata il tempo: quando cammino tutto si muove più lentamente, il mondo sembra ammorbidirsi e si crea una zona franca nella quale, per qualche ora, tutto si deposita sullo sfondo, si fa meno rilevante, meno pressante e si apre uno spazio per la contemplazione e lo “stare” con una qualità del tutto nuova.

Camminare è un modo per familiarizzare, conoscere, aprire, allentare la morsa del giudizio e delle difese a oltranza, per incontrare l’altro, il Mondo.
Camminare è un elogio del “fare”, che va controtendenza rispetto alla nostra abitudine a “rimuginare”: è un invito a “essere” piuttosto che a “pensare d’essere” e sì, anche a fluire nella e con la vita anziché starsene sull’argine a immaginare come sarebbe se vivessimo e quindi è un entrare in relazione con noi stessi, con gli altri, con il mondo.
Fare conoscenza con le cose che ci circondano richiede tempo, come costruire una relazione di amicizia con l’ambiente che piano piano si avvicina, entra, si fa spazio, mentre il tempo si dilata.

Il tempo che dedichiamo al camminare, è tempo che sottraiamo alla caoticità e proliferazione della nostra mente che continuamente ci sposta, disperdendo le nostre energie in molti rivoli e facendo venire meno la nostra innata capacità di concentrarci e di focalizzarci su un obiettivo specifico.

Nel cammino educhiamo la nostra mente a disperdersi nell’ambiente, a sciogliere l’illusoria concretezza dei nostri pensieri che tendono a cristallizzarci in visioni monolitiche del mondo, e allo stesso tempo a contenere le distrazioni, immergendoci pienamente nel contesto, entrandoci in relazione a un livello profondo.

Non solo: camminare ci allena ad esplorare e a vivere i luoghi con le gambe, a lasciare che i piedi li mappino. Si tratta di un vero e proprio addestramento spirituale che amplia la nostra capacità percettiva e quindi anche il nostro contatto con gli stati risorsa che ci abitano, spesso a nostra insaputa.

Nel cammino abbiamo la possibilità di cogliere gli spazi con tutto il corpo, senza aspettare che gli occhi arrivino a comprendere ciò che i piedi hanno già colto.

I piedi sono i nostri migliori amici.
Raccontano chi si(amo).

I piedi sono in comunicazione con le orecchie, il naso, la bocca, il busto, le sensazioni, in un dialogo spesso troppo rapido perché la mente lo possa cogliere am che non per questo non avviene e non trasmette significati di senso che ci raggiungono a livello intuitivo e dei quali siamo abituati a non fidarci e che invece sono preziosi elementi di conoscenza del mondo e di noi stessi.

I piedi ci portano avanti con precisione, percepiscono il suolo,  registrano le impressioni e hanno iniziato a svilupparsi prima che i nostri antenati assumessero la posizione eretta.

Sono piuttosto convinta che Marleau-Ponty  avesse ragione.

Sosteneva che noi conosciamo, riflettiamo e custodiamo i ricordi con la punta del naso, le dita dei piedi, il petto, il collo, le braccia, il bacino. Insomma, non solo con la mente, intuendo così che l’uomo nella sua interezza intrattiene un dialogo costante con quello che lo circonda.

Vale a dire che per elaborare quello che ci accade mentre stiamo vivendo, annusando o ascoltando qualcosa, utilizziamo informazioni che abbiamo già immagazzinato nel corpo.

Sì, insomma, con questo mi pare che dica che il “corpo sa” e che se anche noi vogliamo avvicinarci a questo sapere, così intimamente intriso di sentire, non dobbiamo fare altro che “tornare a casa”, tornare al corpo e ascoltare, annusare, lasciare che racconti le storie che ha chiuso nei cassetti dei suoi respiri corti o delle sue spalle tese o ancora della sua mandibola serrata.

Allentare, respirare, lasciare che le pagine del nostro mondo interiore si dispieghino a ogni respiro e si distendano, insieme alle spalle o al collo a lungo irrigiditi, per conoscere una nuova morbidezza del corpo e del cuore e quindi dell’anima.

C’è una strada che è la tua, e la crei mentre cammini, anche quando percorri gli stessi sentieri e andare in Natura, camminare quei sentieri, tornare ad ascoltare i passi e i piedi, a me pare ogni giorno di più che possa servire a svelarci il nostro cammino e a incontrare ciò che ci sta già aspettando.

 

Andando nasce il cammino,

e girandosi si vede

il sentiero laggiù che mai

si tornerà a calcare