Coaching a Livorno

Io questa cosa che “non si finisce mai di imparare” mica me la posso patire.

Insomma, ci sono giorni che ho l’uggia.

L’uggia di imparare, l’uggia di darmi da fare, l’uggia di essere così maledettamente incline al mio “rivoltamento interiore” continuo, che mica me la godo una semplice planata sulla superficie delle cose.

No, non me la godo.

Non me la godo perché mi hanno inserito alla nascita il programma intensità e lo hanno regolato al massimo.

A volte vorrei quegli interruttori che regolano l’intensità. Hai presente? Non il semplice ON/OFF ma, come si chiama? Il dimmer ( come mi suggerisce quel gran signore di Google).

Ecco, io vorrei un dimmer nel cervello (e nel cuore).

Mi aiuterebbe a prenderla per gradi, questa vita.

Mica tutta insieme, mica tutta di petto che poi SBAM (diciamolo) ti trovi spesso con il muso per terra e briciole di cocci che spesso mica lo sai davvero cosa puoi farci.

Voglio un dimmer perché voglio scegliere le occasioni in cui la luce è accecante e le volte in cui anche la penombra ha il suo perché e ci si può stare comodi ugualmente, apprezzando il lieve bagliore offerto e l’intimità che regala.

Allo stesso modo  voglio poter scegliere quanta parte di me offrire e mettere in gioco mentre faccio formazione su di me.

Certo che lo so che un coach non può accompagnare il coachee in territori che questi  non abbia esplorato prima e vissuto sulla sua pelle e una parte di me è anche ben felice di lavorare così tanto su se stessa perché davvero vuole estrarre il più possibile da questa esperienza, per acquisire nuovi strumenti utili.

Eppure, per la magnifica legge dell’ambivalenza, l’altra parte di me è arrabbiata. Si, sono furente con me stessa. E’ mai possibile, dico io? Non c’è un attimo di pace da queste parti.

Mi sento sulla sedia che scotta (si, quella di Perls) e mi balocco tra le due parti di me: una contenta e appagata, l’altra frustrata e arrabbiata.

Mai una volta che io riesca dire a me stessa “prenditela comoda” o ancora meglio che “posso essere un buon coach anche permettendomi in tutta calma di diventarlo con il tempo che mi sarà necessario e convivendo nel frattempo con l’idea che non necessariamente io mi debba infilare  in tutti quei (miei) buchi neri che strada facendo mi sono apparsi come per magia”.

Peggio di una Alice nel paese delle meraviglie, mi ritrovo a rincorrere un Bianconiglio interiore, zig zagando tra i tanti sentieri tortuosi della mia mente a ritmo forsennato e non mi capacito, perché ogni volta incontro cose nuove, anfratti inesplorati, parti di me di cui farei volentieri a meno e invece queste, solerti come un fattorino svizzero, mi vengono a bussare alla porta.

Ogni volta che inizio un week end di  formazione, inizia un nuovo giro di giostre dentro di me, un lancio di dadi, una opportunità che mi fa intuire risorse ma che al contempo a fine gioco mi fa sentire svuotata stanca (e pure arrabbiata: hai presente quanto è comoda la confort zone? Si, anche se soffri come un cane, è comodissima).

Mentre scrivo ovviamente (e raggiungo la sedia della Francesca assennata e giudiziosa) so che posso scegliere, che ogni momento è buono per cambiare rotta e installarsi un dimmer tra la testa e il cuore  e so anche che questo percorso di formazione si sta rivelando una grandissima opportunità di conoscenza, ascolto e arricchimento.

Eppure (sto rapidamente raggiungendo di nuovo la sedia della Francesca arrabbiata), vuoi mettere la gioia di assecondare la mia mente rumorosa che strepita, scalcia, si ribella, mi rimprovera e chiede il suo momento di “scusite”?

Ecco, ora che  mi sono presa lo spazio delle lamentele, ho lasciato che la mia mente arrabbiata mi sgridasse e si indignasse, è tempo per tornare a lavorare, accogliendo questo e quello: la gioia e il dolore, il piacere e la fatica, l’emozione di fare nuove scoperte e  la tristezza che sempre queste mi danno.

Insomma, non una sedia ma infinite sedie che possono accogliere i miei più diversi stati d’animo.

[E comunque questo corso mi sta piacendo un sacco ma non dirlo alla parte arrabbiata: e chi la sente poi!].

Ah, dimenticavo: hai visto belli i miei compagni di viaggio?