Cerca di farti Cuore come puoi, Non c’è notte sì lunga che non abbia speranza di mattino.

Così William Shakespeare scrisse in “Macbeth”, durante la sua quarantena nel periodo della peste londinese che oggi più che mai suona come un invito.

Un invito a tornare al cuore, al centro, al farci casa di noi stessi avendo cura di coltivare la fiducia, lo sguardo rivolto al mattino dopo il buio di questi giorni.

Le epidemie, i terremoti, gli tzunami sono eventi che fanno parte della vita e del ciclo vitale del nostro pianeta.

Non possiamo opporre alcuna resistenza al loro manifestarsi.

Ma possiamo scegliere cosa manifestare di noi, in questi momenti in cui sembra ancora più evidente quanto tutto sia unito insieme dal sottilissimo filo dell’interdipendenza.

Come vogliamo rispondere?

Cosa vogliamo esplorare di noi e condividere con altri?

Questo più che mai è il tempo dell’Amore.

L’Amore che possiamo vedere ovunque.

Io l’ho visto, di recente, negli occhi di due giovani ragazzi della Protezione Civile intenti a distribuire mascherine a tutta la cittadinanza. L’ho riconosciuto, l’amore, nella cura con cui un commerciante mi ha preparato e consegnato una  meravigliosa cassetta di verdura.

Lo vedo l’amore, in chi legge le poesie al telefono, in chi scrive una lettera a un amico che non sente da tempo approfittando di questo spazio tempo a disposizione.

Lo vedo, vivo e sveglio come non mai, in chi si spende in prima linea negli ospedali,  nelle case di riposo per anziani. In chi si prende cura, anche solo di passare dalla farmacia a nome della vicina di casa anziana e sola.

E noi?

Come possiamo fare la nostra parte?

Come possiamo cercare di farci cuore?

Possiamo farlo sedendo e concedendoci lo spazio per un respiro profondo, che possa accogliere tutta l’incertezza, l’inquietudine, la paura dei nostri giorni con cuore compassionevole.

Questo è il tempo dell’incertezza ma anche quello che fa cadere i veli dell’illusione e rende ancora più chiara la natura ultima delle cose, del nostro interessere.

Questo è il tempo di sedere  in silenzio e di  chiedere al nostro cuore: qual è la mia migliore intenzione, la mia aspirazione più nobile per questo momento difficile? Ed è il momento di alimentare la nostra fiducia, di abituarci a credere che il cuore risponderà: lo fa sempre, abbiamo solo smesso di ascoltarlo.

È arrivato il tempo di reinventare un nuovo mondo, di ripensare al modo in cui desideriamo e possiamo condividere la nostra esistenza in un mondo nuovo, che si apre a  possibilità di incontro e conoscenza altre, più profonde, che ci richiamano alla nostra responsabilità di coltivare un cuore saldo, stabile e saggio.

Abbiamo bisogno di ricollegarci al centro del nostro petto, riallacciandoci al corpo e radicandoci nel respiro, sentendo il profondo senso di appartenenza con la Terra che ci sostiene e ci nutre in ogni istante. E da lì, da quella posizione di cura, calma, radicamento nutrito, che possiamo iniziare a prenderci cura delle nostre paure, del senso di impotenza e fragilità che in queste ore attraversa più volte la nostra mente cuore.

Possiamo lasciare che accada, che si manifesti, possiamo permetterci di provare rabbia, smarrimento, angoscia e lasciare che ci attraversino, riconoscendo come questi stati d’animo si attivino per proteggerci, per cercare di trovare una soluzione in questi tempi difficili. Possiamo ringraziarli, possiamo dire grazie alla paura, alla rabbia, al senso di smarrimento per il loro tentativo di proteggerci in questo momento, ricordando loro che non ne abbiamo necessità, che siamo al sicuro al centro di noi stessi. Possiamo ringraziare, e lasciare andare. Possiamo allenarci ad osservare queste emozioni, esattamente come facciamo osservando le nuvole del cielo, e proporci di ripetere questa breve pratica più volte durante la giornate, ogni volta che ne sentiamo il bisogno e che realizziamo che queste emozioni stanno manifestandosi.

Possiamo ringraziare, lasciare andare e sentirci al sicuro, protetti e ben radicati, nutriti dal centro  della terra e di noi stessi, cercando di farci cuore, un giorno dopo l’altro, perché “non c’è notte sì lunga che non abbia speranza nel mattino”.