tonnara.isola.delba

 

Mi sono persa. Anzi no, ho voglia di trovarmi.

Che tu ci creda o no, iniziano spesso così le mie sedute di coaching e se la vuoi sapere tutta non mi stupisco neanche un po’.

Roberta (nome di fantasia, manco a dirlo) esordisce  con una frase simile nel nostro incontro preliminare, in un piccolo bar di Firenze.

Tutto il giorno che piove, arrivo trafelata e pure bagnata e la trovo seduta in un angolino, sprofondata dentro a un libro di Chiara Gamberale e le sorrido (lei non sa che l’ho appena finito).

Ha gli occhi lucidi, di quelli che hanno imparato a barcamenarsi tra molte lacrime e paure e parla velocemente, quasi provi disagio nell’esprimersi e nel catturare la mia attenzione.

Pugni serrati, respirazione toracica, viso contratto: Roberta è una donna romana che sfiora i quaranta con garbo e gentilezza.

Un filo di trucco, abbigliamento sportivo, pettinatura sbarazzina e grandi occhi verdi a illuminarle le lentiggini in volto.

Ha cambiato molti lavori, alternando situazioni in proprio a occupazioni stagionali alle dipendenza di altri.

Oggi fatica a trovare un senso di questo suo affaccendarsi continuo tra un impiego e l’altro e inizia a chiedersene il senso e ad aver voglia di provare a fare qualcosa che le somigli, che parli di lei.

Si allontana per fumare: la tensione le sale in viso mentre mi parla, la voce le si rompe più volte e ha bisogno di aria, dice, per ritrovare la chiarezza e raccontarsi in modo efficace.

Resto sola, nell’angolo del bar a rimuginare.

Certo che c’è una parte di me pronta a galopparle incontro, a tuffarsi mani e piedi nel proprio vissuto, a rintracciare tutte le tante somiglianze che d’acchito colgo e che mi trafiggono il petto mentre parla.

Non è facile per me restare, ampliare il respiro e fare spazio a Roberta: il mio vissuto con il carico di ferite, paure ed epifanie, preme per esprimersi e creare ponti con quello della mia cliente di Roma ma non è questo che un coach deve fare.

In gergo tecnico direi che sono qui per accompagnare Roberta, costruendo una alleanza con lei, senza giocare, per dirla con Berne ovvero imparando a non  colludere  e quindi a non rinforzare il suo copione.

Cosa significa?

Significa che se Roberta è qui, probabilmente è perché la sua visione del mondo e delle sue capacità le va stretta e ha bisogno di ampliare i suoi orizzonti del possibile, magari imparando a lavorare su obiettivi dichiarati e specifici.

E’ probabile che  una parte di lei stia aderendo al copione che ha scritto da bambina, in risposta ad alcune ferite subite e questo le crea difficoltà, le spiana la strada per un futuro che non ha scelto tenendo conto delle sue effettive capacità.

Il copione è la risposta infantile che diamo per sopravvivere al trauma della ferita da attaccamento  ed è una risposta che per un certo periodo della nostra vita è funzionale alla nostra sopravvivenza. Occorre averne rispetto, quindi, imparando a comprenderne i meccanismi e le sottili manovre di rinforzo che facciamo quotidianamente per aderire a un disegno che di noi ci siamo fatti nei primi nostri 6 anni di vita.

E poi?

Crescendo può accadere che questo copione inizi a starci stretto e che si vada incontro a situazioni di crescente disagio e di insoddisfazione.

Frustrazione, rabbia, tristezza, paura: possono essere molteplici le emozioni che accompagnano l’emergere delle prime avvisaglie che ci richiedono un cambiamento sostanziale nella nostra vita.

Ecco che la crisi bussa alla nostra porta e, come sai se mi leggi da un po’, secondo me con questa arriva anche la più grande delle occasioni che abbiamo per realizzare noi stessi e andare incontro alla persona che scegliamo di essere.

Fin qui tutto chiaro ma la collusione? Questa arriva quando il coach, che chiaramente ha a sua volta scritto un copione nella sua infanzia in risposta a sue ferite, non ne tiene conto e collabora al rinforzo di quello del coachee (e al suo proprio).

Come se ne esce?

Semplicemente ascoltandosi, diventando consapevoli dei propri meccanismi di risposta e di quelli che altri potrebbero innescare, facendo spazio al racconto di altri, contenendo il desiderio di assimilarlo al proprio.

Mi ripeto mentalmente tutta questa roba mentre Roberta esce dal locale.

Ho il battito accelerato e uno strano ronzio in testa: riuscirò a silenziare tutto il chiacchiericcio che ho intesta e a rammentare che lei è lei e io sono io?

Rientra e accenna un sorriso. Io mi sistemo sulla sedia, accidenti non voglio che senta la mia emozione ma ho un groppo in gola e nella mente balenano un sacco di immagini.

Respiro, metto i piedi a terra e cerco la mia centratura.

Un piccolo sorriso, poi un sorso d’acqua ed eccomi pronta a prospettarle il nostro lavoro insieme.

Prima fase: definire un obiettivo che sia espresso in termini positivi, sia realistico, dipenda dalla sua volontà, si possa verificare.

Gli effetti di questo obiettivo non sono sotto il nostro controllo ma possiamo iniziare a immaginarli insieme, a preparare la strada nella nostra mente.

L’idea dell’obiettivo spaventa un po’ Roberta: dice che le fa paura perché le attribuisce un senso di responsabilità rispetto le sue scelte, la stana, la obbliga a uscire dall’incertezza e ad assumersi le sue responsabilità.

Non può più rifugiarsi nel lamento: se costruisce un obiettivo insieme a me una parte di lei sarà costretta a impegnarsi per realizzarlo e non avrà più scuse, dovrà darsi da fare.

Poi sorride.

Mi guarda, sospira e dice: “che stupida, è proprio per questo che mi sono rivolta a una coach”.

Dentro di me  grido: Bingo!  il primo passo è fatto, gli altri seguiranno con calma.