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La foto è di Marco Marchetti

Non ce ne dovremmo mai dimenticare e invece lo facciamo spessissimo.

Rapiti da cortocircuiti esistenziali che ci condannano alla rapidità e all’affanno, perdiamo di vista l’ovvio.

Io voglio bene alla mia classe anche per questo: perché mi invita a stare con i piedi per terra (in tutti i sensi, visto che il corso è rivolto a personale di strutture agrituristiche) e a valutare di volta in volta cosa serve e cosa è tuffa.

Forse è per questo che, rientrata a casa, dopo un bel bagno caldo sono sprofondata  nel mio adorato pigiama oversize e ho iniziato a scrivere, rosicchiando una mela.

La scrittura mi fa questo effetto.

E’ un bisogno.

Quando si manifesta, mi rapisce e scompaio, non ci sono per nessuno.

Sono il, nel mio silenzio, a fare i conti con i miei polpastrelli e la densità dei miei pensieri.

Oggi ho accompagnato la mia classe a una escursione nei Parchi della Val di Cornia e la verità è che dovremmo farlo più spesso.

Dovremmo uscire dalle quattro mura delle aule, spegnere i video proiettori, camminare i percorsi ricchi di storie e di racconti con le nostre classi, respirare il silenzio della natura da cui ricevere ispirazione per una comunicazione più attenta alle reali esigenze di scambio e meno compulsiva nel suo voler sempre e per forza riempire di parole e contenuti gli spazi dell’interazione.

Si, lo ammetto, ho avuto poche ore per preparare la mia classe: le escursioni sono aumentate, spuntando come funghi nel mio calendario di lezioni, ragione per cui la tedesca che alberga in me sulle prime si è risentita, perché ho dovuto rivedere i miei programmi. Avevo immaginato di fare con loro un tipo di percorso teorico che ho dovuto stravolgere sul momento.

Ma fortuna che in me vive anche un’anima meridionale, che prova a  prenderla con filosofia, che in barba agli inciampi (beh, di sicuro insegnare senza wifi e video proiettore può’ rappresentare un inciampo ma anche una brillante opportunità per sviluppare strade creative per insegnare, a comunicare… sul web) se la sa godere.

Quindi io oggi ho deciso che me la sarei goduta.

Oddio, all’Elba credo che l’aria sia più calda che a Piombino,  per cui ho sbagliato a vestirmi e nelle prime ore della mattina più che altro ho sofferto il freddo ma questo non mi ha distolto dall’obiettivo principale: vedere un posto nuovo, ascoltare, parlare, cercare di capire cosa realmente serve.

Miniere, è il caso di dirlo, di esperienze possibili, di reperti, di testimonianze di percorsi adatti sia alle scuole che ai privati, ai gruppi come agli appassionati punteggiano i nostri territori senza che noi lo sappiamo. Non mi sono stupita a constatare che per alcune persone del gruppo il sito archeologico che siamo andati a visitare fosse sconosciuto, così come la strada da percorrere per raggiungerlo, perché in effetti noi non conosciamo i nostri territori, ragione per cui ci viene difficile promuoverli a dovere.

Per questo io credo che più che parlare bisognerebbe cercare di fare, possibilmente sul campo.

Nel caso della promozione di un territorio e delle sue tipicità enogastronomiche, come è l’intento del corso per il quale presto la mia docenza, credo non ci si possa esimere dall’andare a conoscere le realtà che lo vivono, lo propongono, cercano di fare rete, per cercare di creare nuove sinergie o anche semplicemente per conoscersi e “sapersi”.

Nel frattempo ho finito la mela che mangiucchiavo e coriandoli di bucce di mandarino tappezzano in modo scomposto il mio comodino. La mia voce tedesca mi impone disciplina: vedo di mettere sotto i denti qualcosa di decente in orario tipicamente meridionale: tanto all’impellenza di scrivere ho posto rimedio 😉