mariangela.gualtieri

Più mi addentro nell’esperienza del digital coaching, più capisco  che sarà la mia compagna di viaggio.

Si, sarà una presenza costante, mi accompagnerà ad ogni incontro con i clienti e avrà cura di riportarmi a casa, di farmi compagnia mentre cerco di sistemare idee e concetti tra i miei appunti confusi e di rimboccarmi le coperte la sera, quando stanca cederò alle lusinghe di Morfeo.

Sarà lei a svegliarsi sempre cinque minuti prima di me. Mi darà il buongiorno, sorseggerà il caffè della mattina, scorrerà l’agenda degli impegni e la chilometrica todo list. Poi mi guarderà sorniona, aspettando una mia reazione, meglio se compiuta di getto, senza pensarci su.

Mi siederà accanto quando cercherò di riflettere e di mettere insieme intuizioni e pensieri, quando traccerò nuovi percorsi per i coachee e anche nel momento in cui deciderà come impostare la lezione successiva.

Non mi mollerà un attimo. Vivrà con me, la paura, sorella e compagna di vita e si specchierà in quella che leggo negli occhi di chi viene a fare un percorso con me. Occhi puliti, occhi coraggiosi e per questo certamente anche pieni di paura.

Spesso sono occhi di persone che ricominciano o che ci provano, che vengono da lunghi  naufragi o che intravedono l’intorbidirsi di acque stagnanti da un bel po’.
Sono persone sedute sulla riva del fiume che stanche di aspettare, decidono di lanciarsi in un coraggioso guado. Vengono da me spesso per trovare risposte, per essere confortate, per leggere tra le righe del non detto, parole che possano riconoscere come carezze e incoraggiamenti.

Personalmente fatico a frustrare le loro aspettative ma non mi resta niente di meglio da fare che essere sincera. Come ora, con Carla*, che vorrebbe da me un segnale incontrovertibile, un cenno della testa, un bisbigliare sommesso che le desse l’intima certezza che la strada del cambiamento che ha deciso di intraprendere è giusta.

In realtà io non lo so se la sua scelta è giusta, perché nessuno, a parte il suo cuore, può saperlo e perché gran parte della buona riuscita del suo progetto dipende da lei, dalla determinazione che sarà disposta a spendere per realizzare la sua idea e da quanto è disposta a sostare nella zona d’ombra della frustrazione.

Si, la frustrazione camminerà a braccetto con la paura mentre lavoreremo insieme, perché è l’ambivalenza che impareremo ad accettare, quindi anche l’idea che in noi c’è spazio per sentimenti, pensieri ed emozioni che fino ad oggi abbiamo separato e allontano da noi stessi.

Cos’è l’ambivalenza? è quel principio secondo il quale in noi convinvono aspetti apparentemente conflittuali ma che lo sono fin tanto che li scindiamo e accettiamo di noi solo le parti “buone”, auto condannandoci a un atteggiamento ambiguo, perché scollegato dall’insieme della realtà.

Riuscirà Carla a stare con questa sensazione? Farò spazio agli aspetti positivi come a quelli negativi di sé mentre affronterà il cambiamento che la sua scelta le richiede di fare? Saprà convivere con la voce interiore che le dirà di lasciar perdere, di tornare all’ovile perché tutta questa fatica sarà sprecata?

Nessuno ha una risposta in tasca e per la verità, proprio grazie al concetto di ambivalenza, mentre percepisco un leggero fastidio nel non sentirmi capace di formulare ipotesi certe e incontrovertibili per  Carla, sento anche tutto il piacere e l’emozione  che mi da il sapere che lei sta affrontando un cambiamento e che quindi si sta dando più opportunità per essere felice, per somigliarsi di più.

Quello che invece potremo fare insieme, è indagare in modo più approfondito la sua motivazione, quello che la spinge e la anima nell’abbracciare il suo nuovo progetto di lavoro, verificando se in ciò si ravvisano elementi di utilità per altri.

Siamo abituati a proporci raccontando cosa facciamo e come lo facciamo ma le resistenze maggiori le affrontiamo quando dobbiamo dire perché lo facciamo.

Incontriamo resistenze di ordine culturale (sarà davvero interessante quello che ho da dire? Non rischierò di lodarmi invano?) perché abbiamo idee restrittive circa la natura delle “carezze”, intese come nutrimento e sano riconoscimento di sé e dell’altro.

Come il cibo è indispensabile da un punto di vista fisico e permette la crescita e il mantenimento di un benessere corporeo, così avviene per quanto riguarda “le carezze come nutrimento”.

Sin dalla nascita siamo estremamente sensibili alla qualità e alla quantità delle carezze che riceviamo e cresciamo con l’illusione che queste siano un bene finito, che non sia una buona cosa accettarle quando le si desidera o darle quando si senta di volerlo fare. Questo vale nella relazione ma anche per se stessi ed è uno dei motivi per cui abbiamo spesso un blocco sulla capacità di identificare in modo chiaro e definito le motivazioni che ci spingono nel lavoro e abbiamo pudore di parlare dei valori che sentiamo importanti nella nostra vita e che cerchiamo di trasmettere anche nella nostra professione.

Il punto è che per poter fare della nostra comunicazione uno strumento efficace e rilevante per altri, non possiamo prescindere da questo passaggio che solitamente è capace di smuovere molte emozioni, perché richiede capacità di autoascolto e di espressione libera e incondizionata di sé.

Solitamente faccio questa esperienza con le persone durante il primo FravolaLab, quello dedicato alla nostra identità e al personal branding, anche se queste riflessioni ci accompagnando sempre, in tutti i percorsi formativi che propongo e si, te lo confermo:  la paura ci farà sempre compagnia.

Curioso di sapere come se la caverà Carla?


*Carla, come tutti i nomi di persona che trovi nei miei articoli, è un nome inventato ma le storie e le emozioni di cui racconto sono sempre vere.