IMG_9369

Anche inventare storie è una cosa seria.

Gianni Rodari

Lo avrò fatto centinaia di volte ma era un bel po’ di tempo che non mi capitava più di affondare la mano in una scatola piena di bottoni colorati.

Ho sempre amato farlo e perdermi nelle infinite storie che la mia mente proiettava, sedotta dal fascino di quelle forme, ammaliata dai colori sgargianti di quei minuscoli oggetti rotondi, dalle opalescenze della madreperla, dalle trasparenze del vetro, dall’eleganza dell’osso.

Mia madre conservava i bottoni in una scatola di latta delle Quality Street (forse qualcuno di voi  si ricorda queste  caramelle, per lo più al mou, avvolte in scintillanti carte colorate che io e mia sorella usavamo per creare corone da regine tempestate di pietre preziose – le carte delle caramelle, appunto).

IMG_9370

Per me, aprire quella scatola, significava entrare in punta di piedi nel mio mondo immaginario, popolato di storie fantastiche, cuori impavidi, cieli con quattro soli e mari ghiacciati, alberi luna e foglie farfalla e proprio per questo ho deciso di iniziare  il mio corso di storytelling di viaggio  proprio con una scatola di bottoni, una manciata di bigliettini,  piccoli ritagli di stoffe colorate (ah e pure cinque palline di gomma che ho vinto a ball driver – facendo una fatica cane con mia figlia).

In effetti, a ben guardare,  lo storytelling vive dentro di noi, fa parte del nostro modo di vivere e di fare esperienza del mondo quotidianamente, perché è sempre esistito: abbiamo solo cambiato il nome, gli abbiamo aggiunto la “ing” finale che fa figo ma in realtà  siamo tutti cantastorie, che ci piaccia oppure no.

Quella del raccontare storie è un’arte antichissima, che precede l’utilizzo della scrittura e che ha raccolto famiglie davanti al focolare, popolazioni nelle piazze del mercato, bambini sulle ginocchia dei nonni, innamorati al chiaro di luna e che, non dimentichiamolo, ha salvato la vita a  Sherazade.

Tutti noi siamo partiti per viaggi lunghissimi ed emozionanti, spesso a cavallo di rami di albero, incoronati da ghirlande di fiori e fili d’erba, verso reami costruiti con sassi di fiume, pezzi di vetro levigati dal mare e conchiglie.

Per me i social sono uno strumento, un magnifico,  poderoso strumento che, nel mettere in relazione, abbatte barriere, accresce opportunità di conoscenza e condivisione, facilitando la diffusione dei contenuti (ricordate la campagna lanciata da Wired per candidare Internet al Nobel per la Pace?) ma il vero valore aggiunto siamo noi. Prima che a  Facebook e Pinterest, Twitter e Tumblr, i Blog, i Post e alla condivisione di immagini, è al contenuto e alla nostra capacità di stupore e meraviglia che dobbiamo tornare, perché senza radici nessun albero è in grado di spiegare la propria chioma al vento. Abbiamo bisogno di radici per volare, perché solo appropriandoci  della nostra conoscenza, del nostro modo di guardare il mondo, affinandolo poco per volta, imparando a (sof)fermarci e allenando la capacità di cambiare punti di vista, abbiamo l’opportunità di cambiare nel piccolo, concretamente e in meglio la nostra vita.

Sarà quindi un viaggio nel Mondo delle Meraviglie dei nostri ricordi, della nostra capacità di (ris)vegliare esperienze ed emozioni sopiti, attraverso la capacità di guardare con occhi differenti quanto ci circonda, il nostro primo obiettivo durante il corso di storytelling che sta per iniziare.

A volte dovremo farci piccolissimi, altre volte grandissimi, sperimentando magari in entrambe le situazioni un senso di inadeguatezza iniziale, una certa difficoltà nel passare attraverso la porta delle nostre emozioni,  consapevoli che il vero Bianconiglio che va sempre di fretta e non si ferma mai, è il nostro cuore, capace di incanto e delicatezza, coraggio e temperamento: l’unico, il vero, il miglior cantastorie che sia mai esistito.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=jRfYKhYtp6c&w=420&h=315]