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L’uomo per natura è un essere sociale.
La natura non fa nulla inutilmente: solo l’uomo tra gli esseri viventi ha la facoltà della parola. La parola è in grado di mostrare l’utile e il dannoso, come anche il giusto e l’ingiusto: ciò, infatti, al contrario degli altri esseri viventi è proprio degli uomini, il solo essere vivente ad avere la percezione del bene, del male, del giusto, dell’ingiusto e delle altre cose; l’unione di queste cose crea la casa e la città.

Aristotele

Ieri in classe abbiamo parlato di comunicazione vivida e, come spesso accade, sono uscita dalla classe con molti più stimoli di quando sono entrata (il merito, manco a dirlo, è da riconoscere agli allievi attenti e pronti a recepire messaggi e spunti).

Io credo che comunicare  sia fare un viaggio insieme alle persone: a volte ci si prenderà per mano, altre volte bisognerà passare in testa al gruppo per mostrare la via, più spesso dovremo fermarci, per capire cosa ci impedisce di proseguire.

Nel viaggio alla ricerca della comunicazione vivida (quindi verbale e visiva al tempo stesso)  il primo passo è stato quello di rendersi conto che la nostra comunicazione è monca, perché orfana di una parte fondamentale: la capacità di visione d’insieme legata alle immagini. Costretti a viaggiare su una bici con una ruota sola (perché l’altra, quella immaginifica appunto, ci è stata tolta all’inizio della scolarizzazione) ci industriamo per proseguire lungo la via, tra equilibrismi improbabili e stratagemmi che indeboliscono la nostra capacità comunicativa così come quella di discernimento. Indeboliti e affaticati dall’annosa questione dello squilibrio tra i due emisferi cerebrali che non siamo abituati a usare contemporaneamente (la comunicazione visiva fa capo all’emisfero destro, per intendersi), finiamo con il non credere più nella nostra capacità di valutare e comprendere.  Considerato che spesso facciamo esperienza di una comunicazione usata  come uno strumento di “persuasione”, stanchi e demotivati come siamo,  finiamo con il pensare che questa sia  appannaggio di improbabili incantatori di serpenti che cercano di venderci una lavatrice piuttosto che una fantomatica promessa di felicità sociale.

Il vero rischio è che ci si chiuda in un disincanto cieco che non è più in grado di riconoscere i guizzo creativo, il reale desiderio di scambio e condivisione, le opportunità di bellezza che il mondo ci offre e che possiamo realizzare attraverso una comunicazione efficace e chiara.

Riappropriarsi della propria capacità “rotonda” di comunicare, che comprende sia la mente visiva  che quella verbale, significa tornare a impadronirsi di uno strumento di grande importanza sociale. Come scriveva Aristotele, la parola è in grado di mostrare il giusto e l’ingiusto e di dotarci quindi  di un rilevatore di fesserie, per dirla con Hemingway, che ci faccia riscoprire il nostro innato talento di riconoscere la paccottiglia dall’oro, senza annaspare nel mare magno del disincanto e del qualunquismo che tanto male fanno al nostro vivere comune e alla nostra capacità di credere che, si, un mondo migliore esiste e nasce da ogni singola buona azione che mettiamo in campo.

Questo rilevatore, che i ragazzi, giuro, sono stati bravissimi a mettere in funzione durante una lettura  condivisa di testi, si alimenta, manco a dirlo, con il cuore. E’ sufficiente un esercizio di auto ascolto, un momento di silenzio interiore, uno stacco dal quotidiano caos di parole vuote, per riscoprire che dentro di noi esiste una vera miniera di tesori inesplorati e tutti utili. Si tratta dell’intuito, della capacità di analisi, dell’innato talento che abbiamo nel recepire, intimamente, se la persona che abbiamo di fronte ci sta parlando con la volontà di chiarire e portare luce o se invece le sue intenzioni sono tutt’altro che chiare e sta cercando di ingannarci.

Un minuto, è sufficiente un minuto, per riaccendere  la scintilla della fiducia in noi stessi, nella nostra innata capacità di discernimento, per non cedere alla lusinga disfattista che ci vuole tutti disincantati e cinici, diffidenti e ipercritici, mal disposti e sulla difensiva a prescindere.

Un minuto, per ritrovare il piacere di comunicare, di condividere, di mettere in comune stati d’animo, riflessioni, esperienze ma anche timori, insicurezze, vulnerabilità e disagi e impadronirci in modo propositivo della nostra responsi-Abilità sociale.