“Ascoltare non costituisce il polo passivo dello scambio, come se ognuno di noi prendesse a turno l’iniziativa.Ho bisogno di molta attenzione e di interiorità creativa per far nascere in me questo spazio d’accoglienza in cui le parole dell’altro potranno trovare rifugio. Ricevere, mostrarsi capaci di ricevere, richiede altrettanta generosità e iniziativa quanto dare, a un punto tale che gli egoisti, le persone incapaci di gestire uno scambio, non sapranno mai ascoltare.”

Pierre Sansot

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E’ un po’ di tempo che ci penso, ci giro intorno, coltivo un sottile mal di pancia, solitamente foriero di nuovi affacci ma non ho ancora acchiappato il senso profondo di questo sentire.

Lo definirei disagio, fastidio, imbarazzo ma ancora meglio ricerca di un nuovo modo di comunicare, che mi somigli, mi sia congeniale, mi aiuti veramente ad esprimere e non contribuisca invece al alzare il “rumore di fondo”, il susseguirsi di parole gridate più o meno sensate.

Io le amo le parole, ci faccio l’Amore: sono il mio ponte tra me e te, collegano la terra al cielo, il possibile con l’impossibile, hanno la proprietà di renderci invincibili e immortali nel momento stesso in cui le pronunciamo e affidiamo loro le nostre paure come le nostre speranze, aprendo loro il nostro cuore.

Altrimenti che senso ha?

Perché pronunciarle?

Perché usarle se non per avvicinare, affratellare o anche dividere se è il caso ma solo se la separazione è l’espressione del nostro sentire. Non voglio parole di gomma, non voglio frasi di circostanza, espressioni di convenienza: buttiamo tutto all’aria, rompiamo queste righe, mandiamo al diavolo l’ipocrisia che congela il nostro cuore e torniamo a SENTIRE.

SentiAmo la Terra, il Sole, il Vento, la pienezza come la mancanza. Sempre più spesso, invece, avverto la sensazione di essere circondata da  parole vuote, vane, scollate dal sentire e sovente gridate (perché l’unico modo che ad oggi si è trovato per farsi notare in un coro disordinato, è quello della prepotenza che sovrasta, alzando il volume della comunicazione, anziché elevandone il contenuto qualitativo).

A orientarmi verso questo sentire negli ultimi tempi, un vertiginoso calo d’interesse verso la mia tanto amata comunicazione social, che somiglia sempre di più a una piazza di consigli e pagine sponsorizzate, inviti a eventi improbabili (nel senso che si svolgono a centinaia di chilometri da casa mia) suggerimenti per mettere “mi piace” su pagine che spesso non destano il mio interesse e che sono promosse da persone che con me, nel quotidiano, non interagiscono mai, nemmeno sui social e che si fanno sentire solo al momento di chiedere un click sulla loro nuova pagina.

In tutto questo affollarsi di comunicazioni auto referenziali, nelle quali manca fisicamente lo spazio e il tempo dell’ascolto, della condivisione che nasce dal reciproco scambio di interessi ed emozioni, io sento il bisogno di prendere una pausa per fare alcune riflessioni. Avverto cioè l’esigenza di abbassare il volume e di tornare a un fluire delle informazioni e delle sensazioni più lento e intimo perché penso che ci siano momenti in cui, più che fare, vuoi osservare; perché non puoi sempre dire, altrimenti è un parlarsi addosso, una corsa a chi la dice più arguta, a chi ribatte in maniera più appropriata, a chi ne fa di più e meglio.

E invece no: comunicare è soprattutto ascoltare, sentire, soppesare, vuotare e poi lentamente, naturalmente, lasciarsi riempire con quanto si adatta a noi, senza forzature, per poi ancora e di nuovo sentire, vuotare, accogliere, lasciare andare, non trattenere, farsi spazio naturalmente, semplicemente, amorevolmente.

La comunicazione ha senso se quanto si dice (o si tace) ci appartiene, ci somiglia, è onesto: per questo non si può sempre essere nel fare, perché abbiamo bisogno di tempo per sentire e capire cosa si muove dentro di noi e la direzione che vogliamo dare ai nostri passi come alle nostre pause. Altrimenti non si comunica ma si urla a casaccio, si vomitano parole, si disperdono energie, si confondono le acque, si perde di vista il senso profondo delle cose.

La comunicazione è cosa sacra, legata all’essere, alla sostanza delle cose e per questo ha bisogno di cura, consapevolezza e rispetto.

Vado lenta e annuso l’aria e a chi, a ragione, mi chiede di scrivere e manifestare la mia opinione rispetto a temi di pubblico interesse, chiedo comprensione: c’è bisogno di tempo perché ognuno trovi nel proprio intimo il riguardo e il rispetto di ciò che esprime.

In un’ epoca di tuttologi e opinionisti, io mi sento di voler fare un passo indietro e di voler cercare nel mio intimo le condizioni e le situazioni in cui parlare e quelle nelle quali tacere e non per mancanza di interesse e partecipazione, quanto perché la comunicazione ci chiede anche capacità di ascolto e di silenzio, perché è dall’alternanza e dalla pluralità delle voci e non dai monologhi dei soliti eletti,  che nascono la ricchezza  e quindi la crescita comuni.