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Anche inventare storie è una cosa seria.”

Gianni Rodari

Da qualche giorno, appena mi affaccio al balcone lo vedo.

Se ne sta tutto impettito sul prato, a volte sul muretto, e mi scruta. Osserva i miei movimenti (chissà che non speri in qualche briciola: nel dubbio, oggi ne ho lanciata una manciatina ma niente, è rimasto impassibile).

Stasera sono un po’ più stanca del solito e mi limito a un’uscita veloce in balcone, giusto il tempo per salutare il mio amico merlo e mi infilo in casa.

Sarà che è venerdì e che la fatica e l’emozione di una densa settimana di lezione me la  sento  addosso, con un leggero senso di spossatezza: come se questi giorni e questi impegni mi avessero un po’ “asfaltata” al suolo.

Bevo un sorso di tisana e rifletto.

Un conto è comunicare per sé, un conto è spiegare ad altri come fare, condividere contenuti, sguardi, approcci e un’infinità di sfumature di cui la comunicazione  è ricca.

Sono molto contenta di questa esperienza di #elbatelling e mi rendo conto che l’isola ha bisogno di essere aiutata a crescere anche dal basso, attraverso una formazione fatta sul campo, vissuta in prima persona, che mescola gli aspetti tecnici del comunicare sul web, a una ricchezza di contenuti e di emozioni che sono sedimentati negli elbani da generazioni. Da buoni isolani, abituati a resistere alle conquiste e alle scorribande, hanno nel tempo codificato un modo personale di difendersi dalle intrusioni con una particolare forma di pudore. Gente ricca di paesaggi interiori, quella che vive sull’isola,  ma poco avvezza e incline a mostrarli, non per avarizia, piuttosto per scarsa confidenza.

Così oggi ho chiesto aiuto a Sergio Rossi,  cantastorie per eccellenza che ha fatto di stornelli, rime, racconti, pièce teatrali, ricerca sul campo, romanzi e biografie etnografici   la sua ragion d’essere, qui sullo scoglio. Ho quindi portato la mia classe a casa sua.

Ad accoglierci, la sorridente famiglia di Elbareport (con Tatiana e Laura completamente assorbite dalle notizie al grido di “Bit! Bit!”) la gatta e il cane (credo anche questo femmina: Sergio è abituato a complicarsi l’esistenza, ne deduco).

Il tempo di un bicchiere e due dolcetti e l’atmosfera si è fatta calda e ospitale: quella delle chiacchiere in famiglia la domenica pomeriggio.

I ricordi hanno iniziato a piovere generosi e ricchi di aneddoti e particolari.

Napoleone (Murzi), la biografia di Pietro Gori che Sergio ha ricostruito attraverso i racconti degli elbani (di cui conservo copia, affettuosamente autografata dal suo autore), le donne, le gesta, il confine labile e sfumato tra la persona e il mito.

Le parole correvano veloci, si mescolavano a una gestualità eloquente e trascinante, le trame si avviluppavano, a volte complicandosi fino all’inverosimile per me che mi perdevo tra nomi di persona e di luoghi ma su tutto regnava il racconto.

Ha quindi vinto  l’arte  di narrare vicende e gesta passate alla storia, con sguardo di chi è vicino alle persone e alle cose perché è queste che ha a cuore.

Sorrido.

Sono settimane che cerco di spiegare cosa sia lo storytelling.

Faccio vedere video, racconto aneddoti, macino libri, scrivo fiumi di parole sulla lavagna.

Eppure, non mi tolgo dalla testa la sensazione che questa chiacchierata di un’ora abbia sintetizzato il senso del mio parlare.

Raccontare storie significa prima di tutto interessarsi alle persone, conoscerle, entrare in relazione con esse, ascoltare cosa hanno da dirci a tutti i livelli (perché anche le scelte che compiono, parlano di loro) saper fare silenzio e spazio, alla loro narrazione che diventa anche un po’ la nostra.

Fuori si è fatto buio, non credo che il mio amico merlo sia ancora lì, sul muretto dove l’ho lasciato.

Quasi quasi mi faccio un bagno caldo, distendo pensieri e storie, fatti, persone e parole rifugiandomi nel silenzio. Mi alzo e  l’occhio cade sulla delicata dedica che Sergio mi ha lasciato sul libro di Pietro Gori.

Sorrido.

Niente da fare, su tutto vincono le persone, gli scambi cui danno vita, quel misto di affetto, stima e riconoscenza.

Si, ho questo misto in pancia ora che mi sento spossata da stanchezza e copiose emozioni.

Lascio scorrere l’acqua nella vasca: e Sabato del Villaggio sia!