Non è aleatico, questo è il Mistosch, un distillato preparato con erbe, uve e miele della nostra isola….è Spagnolo, l’abbiamo recuperato in un baule nei pressi del santuario di Monserrato e dice che i suoi ingredienti servono per rallentare il tempo, avvertirne una diversa percezione e avvicinare l’individuo a diverse dimensioni, o qualcosa del genere.

(Tratto dal corto “Mistosch” realizzato dal collettivo Phoft su un testo di Federico Regini)   Mi tornano in mente queste parole mentre passeggio nell’orto di Mario.

Oggi è giorno di raccolta di patate e ho deciso che vengo ad aiutarlo. Vive a Campo all’Aia da 94 anni Mario (salvo il periodo in cui ha lavorato a Milano) e porta sul volto i racconti di quest’isola: ha la pelle di chi ha conosciuto il sole e la fatica dei filari della vigna, il sorriso accogliente di chi ha goduto dei frutti di questa terra e lo sguardo vivace di quest’isola. Venire a casa sua per me è sempre una festa, oltre che un viaggio a ritroso nella memoria della mia infanzia e una preziosa occasione per entrare in contatto con le radici di questo scoglio che mi tiene legata a sé da molti anni ormai. Si, perché io sono venuta a vivere qui. Non sono nata qui. Ho scelto di vivere in questo posto: è stato l’amore a portarmi ed è l’amore a tenermi  sullo scoglio. Questo lo ha capito bene Alessandro Beneforti, nello scegliermi come persona da fotografare per il  nuovo progetto fotografico “Identità in transito”, realizzato a partire da una sua  idea di ricerca fotografica sociale legata al territorio e realizzata con il Collettivo Phoft che  quest’anno è formato da 7 fotografi. 10297830_495742207215328_6668610062142437354_n     Un progetto che diventa occasione per un racconto corale dell’isola, fatto delle persone che ci vivevano (a Pianosa, prima della dismissione del carcere) che qui sono venute  a stare (come me, appunto) o che continuano a viverci, essendoci nate. Un progetto etnografico e sociale al tempo stesso, che scava, indaga, esplora le radici di un’isola che è figlia di molte culture, crocevia di identità in transito, appunto, che nel loro essere passate di qua hanno lasciato segni indelebili nella cultura locale, nei modi di dire e  di pensare. Ma scava con garbo e con la dignità che è propria a chi, nel fotografare, conservi rispetto delle persone, delle loro reticenze come delle loro aperture. Mentre passeggio tra i grandi pannelli fotografici esposti che raccontano le storie delle persone scelte per comporre questo mosaico esistenziale, mi sento osservata. E’ come se  le vite che raccontano gli scatti, mi si appiccicassero addosso, perché nel vivere l’isola io vivo anche un pezzo della loro storia. Le strade, i percorsi si incrociano, si contaminano, si mescolano in un continuo di esperienze che sopravvivono alla nostra transitorietà, lasciano un segno profondo, compongono la memoria collettiva di un luogo, che appartiene a tutti coloro che quel luogo decidono di viverlo, nessuno escluso. Forse è anche questa la magia dell’isola. L’animo indipendente, anarchico, ribelle di questo scoglio, si fonde in un unico sentire, seppure inconsapevolmente, perché tutti ne facciamo parte, anche se a volte ci ostiniamo a non volerlo vedere. C’è infatti un comune amore, un attaccamento quasi viscerale, di pancia, allo scoglio, che ognuno vive ed esprime come sa, come può, come gli somiglia, ma di fatto è un sentire comune, che supera l’individualismo che a volte ha accenti esasperati e si riconcilia con un senso di unione che tutto permea, perché tutto è UNO, che lo si sappia oppure no. Mi siedo stordita dalle storie che, si sa, su di me hanno gioco facile nel sedurmi e lo faccio perché stanno per proiettare un cortometraggio, Mistosch,  realizzato dallo stesso collettivo, adattando un testo di Federico Regini e con un ospite di eccezione: Stefano Stx Regini. Subito intuisco che il corto parla di un gruppo di fotografi che, in cerca di ispirazione, vorrebbero trovare un posto dove il silenzio ha parole e il passato continua a parlare. Che buffo, sembra che parlino della casa di Mario, dove si parla anche stando in silenzio a scavare patate e a pulirle dalla terra grassa e generosa dell’isola.

Continuo a guardare con attenzione lo svolgersi onirico, immaginifico, surreale del corto. C’è poesia. Quella che cerco e che trovo anche io qua sull’isola, quando esco a caccia di cieli stellati e di notti che conoscono il buio, quando desidero solo silenzio e questo mi parla, e quando trovo storie  e tracce di vite passate ovunque io volga lo sguardo. Ma c’è anche un viaggio onirico tra le anime che hanno vissuto e lasciato il segno sull’isola nel cortometraggio, ed è sancito da un incontro simbolico con un contadino, che spera che l’isola torni a fiorire di orti e vigne in armonia con il nuovo sviluppo, e con un minatore, espressione dell’anima orientale dell’isola, che nel suo dialogo dice testualmente:

“Non siamo anime loquaci….. Quando ci trovavamo giù nell’intestino della terra, l’aria era preziosa, non si poteva sprecare del fiato in chiacchiere e questo ce lo siamo portato nella tomba, noi che eravamo già seppelliti in vita a cercar tesori per gli altri. Non avevamo un rapporto con il territorio, bensì con la terra, con la sua pancia……. Tra noi minatori c’era un legame particolare, fatto di silenzi, profondo come le nostre gallerie, ci si capiva al minimo gesto, era una compensazione di equilibri, quando mollava uno, l’altro lo sosteneva, poche parole e molti fatti. Gli ultimi anni ho lavorato in cave all’aperto e piano piano ho ripreso a considerare anche il resto, la superficie aiuta, ossigena il cervello…. Mi sono avvicinato alle pietre, ai minerali, ai frutti della terra in maniera diversa, curiosa, interessato a scoprire cosa ci fosse dentro quel corpo che conoscevo bene sotto l’aspetto esteriore e nella pancia, ma non nell’anima.

Quel silenzio lo conosco e mi appartiene, ancora oggi, a distanza di tempo e spazio. Come se, appunto, nel transitare le persone avessero lasciato un seme che continua a crescere in chi l’isola la vive oggi. Del finale, che non rivelo per non togliere quel sano appetito di curiosità, trattengo una frase che continuo a mormorare sottovoce:

Noi isolani abbiamo la forza di sfidare l’orizzonte, dove non c’è niente di certo, di definito, come nei sogni. (…) E in mezzo c’è il mare con cui fare i conti. Ognuno ha il suo mare.

Esco dalla sala un po’ frastornata, sinceramente colpita, forse un po’ rallentata nella capacità di pensare. Sarà mica l’effetto del Mistosch??