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“Una delle cose che sappiamo fare di meno è perdere tempo. Perdere tempo è una delle cose più belle del mondo, soprattutto per chi non lo ha mai perduto”.

Simone Perotti

Elba d’incanti e di stupori, isola di languori e nuovi affacci di vita, scoglio che si fa metafora esistenziale, memoria imperitura di limite e risorsa nel suo essere lambita dal mare. Un mare che accoglie e protegge, segna il confine invalicabile dei pensieri, si fa tavolozza di sguardi ammaliati, traccia le rotte di un vivere lento e quieto, riflessivo e interiore che poi, improvviso, esplode in estive mondanità, con frenetico fragore di stagioni vissute al fulmicotone, in un susseguirsi senza tregua di rutilanti giorni di commedia su palcoscenici di svariate professionalità.
Elba in bilico tra mondanità e spazio quieto, isola che si dischiude ai più, al fragore di bellezze fiorite per poi raccogliersi nel dorato ammantarsi di boschivi frutti ma che continua a regalare ispirazione e bellezza a chi abbia la pazienza di ascoltarne il canto nascosto, intimo, meno sfacciato che offre in inverno.
Isola che si concede con parsimoniosa generosità, che non lesina racconti e storie di appassionato vivere che qui, sullo scoglio, è scandito dai ritmi della Natura, dall’avvicendarsi di stagioni, dai ritmi del buio e della luce. Elba che se socchiudi gli occhi li vedi i contadini curvi nella vigna, sotto a un sole cocente o i minatori che, finito il turno, escono con il volto impastato di fatica e sudore mentre l’aria ti sembra invasa dai gridolini “de li bamboli che giocano per le tere”.
Elba, crocevia di storie e di emozioni, di talenti che da lei si lasciano ispirare perché la bellezza ne chiama altra in cambio, di racconti che se tendi l’orecchio ti accendono il cuore da tanto che son vivi e veri, vibranti e sinceri.
Elba arcigna e ostinata, a volte ostile e fieramente arroccata, ottusa, insensibile, follemente e testardamente legata ai suoi vecchi sentieri, per paura più che per vocazione: una paura che parla la lingua delle tante invasioni subite che hanno portato a un arruffar di popoli, tradizioni, sentimenti. Isola scoglio, destinazione ambita di pirati e faccendieri, di conquistatori affascinati dalla sua bellezza, oasi di terra sulle mille rotte del Mediterraneo, seducente come una sirena in mezzo al mare ma altrettanto ingannevole: ti ammalia con la dolcezza aspra delle sue coste e del suo entroterra vario ma ti stordisce e ti scoraggia se, d’acchito, pensi di attraversarla senza conoscerla e conoscerne le persone che la vivono. Gente solitaria e schiva, quella elbana, arcigna, schietta e diffidente ma al contempo generosa, affabile (superata la ritrosia) dal cuore carico di storie e bei paesaggi: gente che negli occhi ha il suo mare e che con la pelle solcata dal sole e dal salmastro, racconta una storia millenaria, scandita sempre e soltanto da un contatto diretto e sincero tra uomo e Natura.


Elba che parla la lingua degli uomini e delle donne che la vivono e che ne raccolgono le storie passate, tracciando le rotte di quelle future, spesso con silenziosa dedizione, al riparo dai riflettori e dalle cronache mondane, con commovente tenacia perché animati dal desiderio di restituirle bellezza e ispirazione.
Di quest’isola sono innamorata da tempo immemore ormai, completamente sedotta dal fascino sottile e silenzioso di un’apparente superbia che nasconde in realtà buon cuore, ricchezza di contenuti, assoluto splendore e una forza d’animo che non conosce eguali. Si, perché ci vogliono forza, costanza e caparbio innamoramento, per vivere un’isola tutto l’anno, amandola se possibile anche di più nella sua stagione d’ombra, quando si allontana dai riflettori della stagione turistica e riconquista la sua modalità quieta e silenziosa, intimistica e riflessiva e dunque ostica, per quanti cerchino rifugio nel “rumore”.
Di forza, costanza e caparbio innamoramento, si parla (attraverso la lingua più potente ed evocativa che io conosca, ovvero quella delle immagini) tra le pagine del catalogo della mostra fotografica “Isola insonne”, che racconta di isole e di persone, di luoghi e di mestieri, di arte che si fa virtù perché mescola creatività e talento a una buona dose di innamoramento. Un libro al quale personalmente tengo molto perché si fa “portatore sano” di messaggi di passione e di stupore, parlando la lingua di quei (tanti) “isolamanti”, che vivono l’Elba tutto l’anno facendone un luogo dell’anima, un incrocio di vite e di passioni, di bellezza e di virtù e che, nel loro “fare” , condensano una straordinaria varietà e ricchezza di messaggi d’amore.