Francesca Campagna

 

Io parlo all’amore. Lo scortico dall’incrosto

nel sogno e ne faccio musica storta

ne faccio delicato vento che solleva o dondola

e impollina al cuore. Alla scomposta

mente, impollina l’occhio con l’occhio

l’occhio con l’animale e viene il bello

che ci sviva, ci sviva tutti. Di più.

Mariangela Gualtieri

 

In principio erano le persone.

Persone, ovvero un grumo di speranze e sogni, capacità e paure, chiusure e improvvisi disvelamenti, che  sono capaci di stupire e di tendere la mano se solo ci diamo il permesso di guardare al di là delle nostre paure.

Persone, dunque, quelle che ho incontrato durante il percorso di formazione per diventare coach professionista che ho fatto a Livorno, presso l’Epoche Institute.

Intendo dire  che sono sempre loro, le persone e le loro qualità umane al centro dei miei racconti perché è grazie all’accoglienza reciproca che ci siamo offerti durante i lunghi mesi di formazione, che abbiamo potuto permettere alle  nozioni  e ai concetti appresi di entrarci dentro e di imparare a  essere coach.

Si, da questo corso di formazione mi porto a casa l’idea che non basta studiare, non basta conoscere la materia, non è sufficiente provare e riprovare ad applicare le tecniche, a esercitare un ascolto attivo e una capacità nuova di osservare le persone per riuscire ad accoglierle e promuoverne lo sviluppo personale.

Non basta perché è un lavoro con le persone, per le persone, fatto di persone, che quindi coinvolge vissuti ed emozioni, ferite e paure, buchi neri e speranze di entrambi. In questo senso è richiesta saper essere empatici: non basta capire, è necessario sentire.

Il coaching è per me un’esperienza che ha senso se mi do il permesso di viverla prima di tutto dentro  me stessa, scoperchiando il vaso di Pandora delle mie resistenze e delle mie paure, ascoltando le spinte che si muovono dentro di me.

Se oggi  scrivo  tutto ciò con questa convinzione, è perché ho aggiunto un altro tassello importante alla mia formazione, rappresentato dall’esame finale: una vera e propria maratona del sapere e del sentire che si è appena conclusa ad Assisi.

Una prova scritta composta da 5 domande aperte e un caso di coaching da esaminare e due prove orali (una interrogazione e un’esperienza di coaching in diretta) sono stati gli ingredienti di una lunga giornata,  che io ho definito di formazione, prima ancora che di verifica del nostro grado di preparazione.

Perché formazione?

Perché Marina e Andrea, i docenti che si sono presi cura di accompagnarci durante la giornata, ci hanno offerto spunti e opportunità di crescita non limitandosi a verificare la nostra preparazione tecnica e/o di contenuti ma  spronandoci ad andare al di là delle paure, a saggiare resistenze e sabotaggi con passo sicuro.

Qui lo dico e non lo nego: ero felice di fare l’esame.

Felice perché amo la materia, perché l’esperienza è stata significativa e perché sapevo di farlo  con alcuni compagni di corso con cui ho condiviso epifanie, difficoltà e gioie durante la via.

Felice perché volevo chiudere questo ciclo per permettermi di iniziarne  altri.

Felice di proseguire lungo un cammino impegnativo che mi ha permesso di aprirmi alla mia capacità di desiderare e di costruire il mio futuro a partire da ciò che io amo, mettendo tra parentesi le aspettative altrui, imparando a fidarmi dei miei bisogni.

Ero felice ma anche ignara.

Ignoravo cioè il senso profondo dell’esperienza, assimilandola a una delle tante occasioni di verifica vissute al tempo dell’Università.

Ebbene, mi sbagliavo e Marina non avrebbe tardato a farmelo capire, anzi no, sentire.

Mi sbagliavo perché ad Assisi non sono stata valutata solo per il mio sapere e il mio saper fare (ovvero applicare in modo congruo tecniche e conoscenze ai casi pratici) ma anche e soprattutto per il mio saper essere coach.

Cosa significa?

Significa che mi sono confrontata con le mie paure e con la mia capacità di starci a contatto esercitando al contempo la mia capacità di stare con il mio pieno e il mio vuoto.

Contemporaneamente? Sì, hai capito bene, nello stesso tempo.

Mentre avevo paura di sentire le emozioni e una parte di me faceva di tutto per sbrigarsi e non pensare, sabotando quindi il mio grande desiderio di riuscire a fare un buon esame e conseguire il tanto sospirato diploma, un’altra parte di me sentiva che tutto ciò è normale e che esercitandomi a “stare” con le mie emozioni, posso imparare che non mi distruggono ma che anzi mi rendono una coach con tre P.

Cosa sono le tre P?

Le caratteristiche che ieri Marina ha esercitato con me, durante le prove orali, accompagnandomi in un viaggio di ascolto e conoscenza interiori.

Sto parlando di potenza, protezione e permessi.

Marina è stata potente, in virtù del suo saper essere coach, ovvero del suo aver attraversato quei guadi emotivi fatti di paura e disagio, frustrazione e ascolto prima di me.
E’ l’esperienza che Marina ha fatto su di sé che la rende in grado oggi di accompagnare altri a farla: di per sé la sua preparazione e la sua capacità di usare correttamente le tecniche, non basterebbero.In virtù della sua potenza, Marina è riuscita a darmi dei permessi che mi sono serviti a sentirmi.
A sentire me, al di là delle nozioni e del sapere, per riuscire a sentire l’altro.
Marina mi ha fatto spazio, mi ha dato tempo.
Tempo per sentire il mio respiro sempre corto e contratto e il mio corpo che fatica a”stare” e che si silenzia per paura.
Tempo che mi è stato utile  per comprendere come lavorano i miei autosabotaggi.
Tempo che posso usare per pensare e ricordarmi che ne sono capace e che posso uscire dal mio copione, se davvero lo desidero, per sperimentarmi in modo nuovo. Infine Marina mi ha fatto sentire protetta e al sicuro.
Mi ha fatto sentire cioè che potevo “stare”, che avrei potuto sentire il mio corpo e il mio respiro  e che le emozioni non mi avrebbero distrutta perché sono attrezzata per farlo, per sostenere le mie paure e andare oltre.
Non solo: mi ha fatto sentire che è solo imparando a “stare” che posso realmente imparare a stare con gli altri e  a essere a mia volta potente.

 

Cosa mi porto a casa da un anno di formazione denso e intenso e da una giornata di esame come quella appena trascorsa? 

Come si esce da un’esperienza simile?

Molti amici mi hanno chiamato e scritto, mi hanno chiesto di raccontare e di spiegare e una parte di me vorrebbe davvero trovare parole sensate, giuro.

Mi sono presa un giorno per capire e ho capito che non c’è niente da capire (sorriso).

Sì, ho compreso che si può solo sentire, perché ci sono esperienze che baipassano la mente, attraversano il corpo e le sue antiche memorie, muovono emozioni e paure di vecchia data, agiscono sotto pelle e da là sotto ti lavorano.

Sul saper essere coach abbiamo lungamente parlato al corso ma mai come ieri, facendone esperienza diretta, ho potuto comprendere a livello profondo cosa significa, cosa richiede che io sia disposta a fare su di me prima ancora che insieme ad altri.

In principio erano le persone, dicevo.

Persone con cui ho condiviso tratti di strada significativi,  che mi hanno raccolta ed accolta quando mi sono sentita smarrita,  che  hanno creato uno spazio di ascolto e accoglienza condivisa in cui abbiamo fatto esperienza di sospensione di giudizio,  nel quale è stato possibile darsi il permesso di fare entrare le nozioni apprese a un livello più profondo.

A un livello che sì, lo dico, permette di essere coach e allo stesso tempo anche un meraviglioso work in progress.

Persone che mi piace accarezzare con lo sguardo mentre scrivo e lascio che i loro volti mi scorrano davanti, in una carrellata di ricordi e vissuti, emozioni e pensieri.

Persone, tutte quelle che mi hanno accompagnata nel viaggio, che sento di voler ringraziare una per una, qui e ora.

Non importa fare nomi: loro sanno e io con loro.

Ad majora!