il.taccuino.del.personal.branding

ph. Elena Vestri

Da giorni è stata resa nota una notizia che mi ha solleticato i pensieri ma mi sono ripromessa di scriverne con calma.

Si tratta della questione del crollo delle condivisioni di fatti privati su Facebook, annunciata, tra gli altri,  da Bloomberg e The Information.

Nel report si legge che il calo di aggiornamenti personali su Facebook ha raggiunto il 21% e adoro il termine coniato per l’occasione d Mark Zuckerberg che parla di context collapse (termine che Danah Boyd ha ripreso dagli studi di Goffman).

Di che si tratta?Di una graduale perdita di  controllo degli utenti sul contesto che quindi collassa.

In pratica mentre le persone che scrivono immaginano di farlo per una audience specifica, quello che in realtà accade è che lo stesso messaggio raggiunge  potenzialmente molte ma molte più persone (con le quali è realistico pensare non condividerebbero quel contenuto spontaneamente).

In poche parole ti sei chiesta perché i ragazzi si tengono alla larga da questo social? Perché in un colpo solo trovano insieme amici, genitori, parenti e magari professori. Questa convivenza forzata implica il collasso di contesti (familiare da un lato, amicale dall’altro) che normalmente nella vita quotidiana vengono accuratamente tenuti separati, con conseguente fuga e ricerca di spazi di espressione altri.

Personalmente però non sono soddisfatta da questa spiegazione perché la coabitazione di contesti differenti, esisteva già prima mentre il calo vertiginoso delle condivisioni è un dato recente.

Secondo me c’è dell’altro e per scoprirlo ho deciso di indagare e di ascoltare la rete a modo mio, a partire da una grande fortuna personale.

La mia fortuna si chiama Irene: ha 14 anni, uno smartphone e una pronunciata attitudine social. Se te lo stai chiedendo, Irene è mia figlia e sì, di Facebook se ne infischia allegramente.

Vivere con una adolescente, una vera nativa digitale che si sposta, naviga, migra, chatta, ascolta, posta e blogga, è per me la più grande fonte di apprendimento che potessi sperare di avere in questo settore.

Dico sul serio, se voglio sperare di capirci qualcosa in questo rincorrersi di chat e gruppi, ho una grande opportunità: fare silenzio e osservarla (che poi è né più né meno quello che suggerisco di fare a te quando vieni a fare una esperienza di coaching da me).

Dall’osservazione e dal dialogo con mia figlia ho imparato che:

  • C’è un crescente desiderio di intimità. Si, insomma: il mio “sclero” per l’uscita dell’ultimo album della mia band preferita lo condivido con le mie amiche e poi “fangirlo” con loro perché non voglio mica urlarlo al mondo che “scippo” il mio compagno di banco con quella di terza B*.
  • Meglio se non lascia tracce: su snapchat è tutto veloce, volatile, leggero. Si, insomma, sai che palle quei contenuti che te li trovi addosso come una crocifissione: quello che ti dico oggi domani non c’è più e siamo liberi di ricominciare.
  • Sui social si va per ritrovare il gruppo con cui abbiamo scelto di condividere i nostri giorni, esattamente come facciamo “fuori dalla rete” (mamma, non dirmi che ancora pensi ci sia un dentro e un fuori – aggiunge sorniona).

Da questa breve ma intensa lezione di social-itudine, mi porto a casa la convinzione ancora più viva che mai che la nostra comunicazione digitale, specie se legata alla nostra attività, debba necessariamente seguire e rispettare questi principi.

Va da sé che quella che io ti propongo di sviluppare in percorso di personal branding è una comunicazione capace di creare valore per le persone che ti leggono.

Questi dati, il crollo della condivisione di massa del proprio status, confermano infatti a mio avviso l’idea che le persone abbiano sempre più “fame di senso” e che scelgano a ragion veduta ambiti e situazioni in cui darsi e ricevere.

Le persone stanno di fatto dimostrando con le loro scelte che c’è un mondo di esperienze, vissuti, emozioni, cose da fare e da condividere insieme il cui valore va ben oltre la foto del piatto che hai mangiato ieri sera.

E noi, siamo pronti a cavalcare il cambiamento o ci ostiniamo a rappresentare la nostra attività con una serie di cartoline patinate e autoreferenziali?

Insomma, la domanda è: stiamo dando qualcosa di noi alle persone o siamo comodamente sedute sullo scranno in attesa che stuoli di persone adoranti (non si capisce poi perché) vengano in pellegrinaggio da noi, strappandosi i capelli ed emettendo gridolini pur di acquistare il nostro super prodotto?

Dico sul serio, pensaci: come lo stai facendo? No, perché ti dirò una banalità ma in giro siamo in mille mila e tutti siamo capaci di aprire un profilo social per dire che lo facciamo, ecco.

Il tema non è esserci, è dare.

Il fatto è che dare ci fa paura, perché temiamo il rifiuto e quindi preferiamo proteggerci in una comunicazione autoreferenziale, fredda, anonima: peccato che non porti frutti, un po’ come nelle relazioni se proprio me lo chiedi.

La crisi anche in questo caso si manifesta ai miei occhi come preziosa opportunità per resettare l’idea che fino ad oggi abbiamo avuto della nostra strategia digitale che si fa sempre più persona e valore centrica.

Quando vieni da me e parliamo di obiettivi, non dovremmo mai dimenticare che il primo e il più importante risiede nel valore aggiunto che riusciamo a fare emergere e a condividere con le persone.

Le domande che potresti porti adesso, qui, ora (anche se sei al supermercato o in fila alla Posta, sia chiaro) sono:

  • Risolvi un problema?
  • Ispiri persone in difficoltà o in cerca di una strategia di problem solving?
  • Offri un servizio cui i tuoi competitor non hanno ancora pensato?
  • A parità di servizio offerto, c’è un “come lo fai” che realmente ti distingue ed è destinato a rimanere nel cuore delle persone?
  • Il tuo fare e il tuo comunicare sono allineati ai tuoi valori fondamentali?
  • Compi almeno una azione generosa al mese per i tuoi clienti? Intendo dire: cosa offri di te, delle tue convinzioni dei tuoi valori? Cosa sei disposta a condividere di te? La comunicazione è né più né meno una relazione. Si tratta di  un dare e un ricevere e nel tuo caso, dovresti dare il buon esempio e fare il primo passo, mettiamola così.
Se hai risposto a tutte queste domande, sono sicura che il crollo delle condivisioni private su FB ti fa un baffo, perché hai chiaro chi sei e lo stai raccontando nel modo giusto, massimizzando i tuoi risultati su ogni piattaforma.

In pratica hai capito da tempo cosa cercano le persone e sai attribuire il giusto peso a una pagina fan di Facebook piuttosto che al tuo blog, integrando il tutto in una strategia di comunicazione utile alle persone e non autoreferenziale (e quindi destinata all’estinzione).

Alle persone non interessa sapere quanto siamo fighi, a quanti convegni partecipiamo, quante copie del libro firmiamo.

Le persone hanno esigenze, pauresogni, difficoltà e speranze come noi: la domanda giusta da farsi  è se sappiamo fare fronte a tutto questo. Punto.

Il dire cosa facciamo e come lo facciamo può avere senso se solo se legato alla nostra capacità di offrire risposte o opportunità di guardare ai problemi da nuove prospettive. E’ questa la domanda che non dovremmo mai perdere di vista, pena l’estinzione, appunto, nostra, dei nostri contenuti e della nostra attività.

Se hai risposto con qualche titubanza anche a una sola di queste domande, potremmo sentirci, anche solo per scambiare quattro chiacchiere insieme e capire se e come (ri)orientare la tua comunicazione facendo in modo che punti dritta alle persone e non a te stessa.

Ricorda che il primo incontro serve a conoscersi e a chiarirti le idee circa quello che con me è ragionevole tu ti aspetti di ottenere e quello che invece anche no, per cui non richiede da parte tua alcun impegno se non quello di raccontarmi liberamente ciò che senti.

Si tratta di regalarsi un’ora di tempo: se ti va


* Ho volutamente riprodotto lo slang di mia figlia (che immagino non essere per tutti di immediata comprensione) per mantenere vivo e intatto il senso di genuinità dello scambio avuto 🙂

Ps. solo ora rifletto che “dare” in inglese significa OSARE: tu credi alle coincidenze?