naturaterapia: la cura della Natura

La Natura, dall’egiziano Nether che significa “divino”,  da sempre affascina e nutre con il suo silenzio fatto di suggestioni, richiami ancestrali, simboli, segni e sogni.

In Lei l’uomo,  fin dai tempi antichi,  ha cercato e trovato una Grande Madre alla quale  si è sempre rivolto per trovare  una forma di consolazione, sostegno e cura a partire dall’osservazione dei fenomeni così come delle geometrie che si compongono in Natura.

Sempre alla Natura,  in un mutuo e continuo processo di conoscenza che procedeva per similutudini tra l’interno e l’esterno, gli antichi si sono ispirati per comprendere l’origine dei propri mali e trovare rimedi, affinando  capacità di ascolto e interpretazione dell’universo simbolico di cui è espressione.

In questa ottica, la malattia era vista come un ingorgo, un “inceppamento”, qualcosa che si interrompeva, che smetteva di fluire correttamente, ispirandosi a quanto accade in un bosco quando, percorrendo un sentiero, dietro una curva troviamo che questo è sbarrato da un albero caduto che ci impedisce di proseguire il cammino.

Lo sapevano bene gli 88 popoli celtici che hanno adottato l’alfabeto runico per comunicare mediante dei segni, mutuati dalla loro esperienza diretta con l’ambiente, capaci di leggere e tradurre i significati della vita, a partire dalle suggestioni raccolte in Natura.

La runa che simboleggia le disgrazie, i fallimenti, i momenti di sconforto in cui la via maestra sembra persa, è Hagalaz: la strada interrotta da un segno obliquo, la grandine, la tempesta, la distonia, il momento della nostra vita in cui qualcosa sembra essersi bloccato e tutto ciò che abbiamo fin qui coltivato sembra irrimediabilmente perduto.

Del resto, la grandine arriva quando la Natura ha iniziato a risvegliarsi e a produrre fiori e frutti, distruggendo raccolti e mesi di sacrificio in un soffio

Come la grandine si abbatte sulle promesse di raccolto, così fa la nostra psiche quando un forte dolore paralizza in noi il senso di fiducia (la promessa di nuovi raccolti) lasciandoci in una sorte di intorpidimento emotivo, nel quale sembriamo vivere in una dimensione sospesa che gli antichi chiamavano il tempo di Hagalaz.

Questo è il tempo in cui gli automatismi, i pensieri autodistruttivi che abitano in noi e tutte le pulsioni reattive che ci tengono al largo dall’esplorare e dall’incarnare il nostro potenziale prendono il sopravvento.

La stagione della grandine,  si manifesta prima con piccoli sussurri, minuscole vocine interiori volte a sabotare quanto di buono stavamo iniziando a coltivare nei nostri giorni, che diventano man mano più forti e insistenti fin tanto che non rovesciano l’ordine costituito, spesso in modo repentino ed eclatante, ossia facendo di una minuscola questione un affare di Stato che ingloba tutto il resto, oscurandoci la vista, tenendoci lontani dalla nostra intima e vera natura di Luce.

Il rimedio naturale che gli antichi cercavano per lenire il dolore di chi si trovasse a vivere nel tempo di Hagalaz, era il pianto, lo sciogliersi del dolore, il “piantarla” cioè il fermarsi, vedere il meccanismo di cui si era preda e mettere nuove radici, scegliendo di coltivarsi nella Luce.

Essendo il tempo della grandine legato a un congelamento del cuore a causa di dolori, amarezze e frustrazioni che avevano finito con il far chiudere sempre di più la persona in se stessa, gli antichi cercavano attraverso il pianto una forma di “calore dell’anima” essendo le lacrime sempre collegate a un innalzamento della termia e contenendo esse stesse il sale che di per sé non permette che si formi il ghiaccio.

Pensavano cioè che una pianta che fosse stata in grado di far piangere, di far secernere degli umori, di sbloccare qualcosa di irrigidito e fermo, fosse in grado di salvare la vita, impedendo che si congelasse l’anima del paziente.

Le soluzioni, dal latino solvere, sciogliere,  come abbiamo visto, sono sempre state cercate in Natura e la pianta che meglio risponde alla necessità di scaldare l’anima, di chi viva nei tempi di Hagalaz è il timo (Thymus vulgaris e Thymus serpyllum) che contiene un olio essenziale, il timolo, che svolge una importante azione termica e che è spesso usato contro i geloni e le malattie da raffreddamento in genere, assolvendo a una specifica funzione di scioglimento dei muchi e dei catarri.

Il modo di ragionare per similitudini, tipico degli antichi e che  oggi ha trovato nelle analisi chimiche e di laboratorio importanti conferme, era piuttosto intuitivo. 

I nostri antenati partivano dal presupposto che se una pianta alzava la  temperatura corporea, scioglieva i muchi e scaldava le parti del corpo congelate,  questa proprietà si sarebbe estesa anche  a livello sottile, sciogliendo attaccamenti ed emozioni bloccate, stimolando la naturale omeostasi del nostro organismo.

Il timo quindi  è la pianta consigliata per tutte le persone che, trovandosi ad attraversare un momento di difficoltà, di gelo del cuore e dell’anima,  sembra abbiano smarrito la capacità di assumere su di sé la responsabilità della propria vita e della propria felicità, addossando sempre ad altri “la colpa” dei propri insuccessi.

Il timo soccorre tutte le persone che hanno la tendenza a percorrere e ripercorrere sempre gli stessi binari morti che conducono a un sempre uguale senso di frustrazione, tristezza e abbandono, riportando Vita e calore negli angoli infreddoliti della loro anima.

Questa preziosa erba aromatica,  contiene dentro di sé le istruzioni che  nel tempo la hanno aiutata a  sviluppare adeguate  strategie di sopravvivenza al gelo invernale.

Questo significa che. traducendo nelle sue linfe lo storico geologico del suo ritorno alla vita, il timo è in grado di stimolare nell’uomo la stessa risposta, scongelandone il cuore con il suo fuoco nascosto.

La Natura, che sempre insegna e mai smette di farlo, ci sta dicendo attraverso i suoi sussurri che la vita è evoluzione, movimento, cambiamento e che la malattia è tutto ciò che impedisce il libero fluire di questa energia.

 

Ci dice inoltre che i periodi di inverno nel cuore si superano attraverso un attento (e umile) ascolto di sé che ci rende capaci di intercettare i bivii, le anse del sentiero lungo le quali ci perdiamo di vista e ci affidiamo ai pensieri automatici e autodistruttivi che impediscono la nostra evoluzione personale, bloccandoci, congelandoci (anche nel cuore).

Infine, sempre la Natura, ci ricorda che nello straordinario e variegato universo vegetale, troviamo risposte, strategie, tracce di percorsi evolutivi che si sono sedimentati nei secoli nelle linfe, nei corimbi, nei semi e nelle radici e che la guarigione passa (anche) attraverso un lento (re)imparare a interpretare il linguaggio di segni, sogni e miti che tutto circonda.