foto di Pietro Ostano

La mia casa è sempre stata la Natura.

Sono cresciuta in una casa in campagna e tra i bosco e gli oliveti ho trovato riparo, ho incontrato pensieri ed emozioni, giocando con i fili d’erba e i papaveri in fiore, con il muschio per cuscino e il cielo ampio come orizzonte.

In Natura mi sono sempre curata e incontrata.

All’ombra di un grande noce ho diluito pensieri e fantasie, mentre in un boschetto di alloro, mirto e lecci ho imparato l’arte del nascondermi e del trovare spazi quieti.

I castagni mi sono stati  fratelli ma è alle querce che ho sempre confessato segreti.

In autunno scivolavo nel bosco in cerca di foglie, bacche, gusci e ghiande ma i funghi e le castagne erano i doni che avrebbero scaldato la cena e l’incontro attorno a una tavola. In questa stagione, la luce calda e i toni infuocati del bosco mi facevano intuire che avrei dovuto fare scorta di calore ed emozione, per far fronte al rigore invernale e ad ogni tramonto ravvivavo il mio proponimento.

 

L’inverno era la stagione del mistero: tutto sembrava bloccato, immobile, come sospeso, eppure io intuivo la vita sotto alle spesse lastre di ghiaccio che fermavano l’acqua nelle pozze dietro casa. C’era del magico nel freddo rigore dei mattini di febbraio, nei quali la spessa brina che abbracciava i rami degli alberi li faceva brillare alle prime luci del sole, così come nel vapore in cui si trasformavano i miei respiri e le parole che nel farsi leggere mi pareva si potessero trasformare meglio in preghiera e raggiungere il cielo.

In Primavera era tutto un fremere e sbocciare: ovunque si posassero i miei sensi, era chiaro che una promessa di nuova vita fosse stata mantenuta e mi beavo a rotolarmi nei campi in pendenza e a succhiare dalle corolle appena sbocciate, la vita.

L’estate poi mi invitava all’ozio e alla meditazione. Il caldo di certi pomeriggi di luglio, si mescolava all’ipnotico cicaleggiare nei campi abbagliati dal sole e aspettavo la notte e il suo incanto stellato, per favoleggiare sul dondolo nel cortile di casa e lasciare che la mia fantasia viaggiasse liberamente sulla via lattea, saltellando da una stella all’altra, senza meta.

Con il tempo, ho imparato che dentro a ognuno di noi abita una foresta che è lo specchio interiore delle grandi foreste del Mondo e che tutto è intimamente collegato, senza una vera e propria soluzione di continuità, per cui non c’è ragione di ritenere possibile una guarigione che non passi anche da quella del Mondo e dell’ambiente in cui viviamo.

La generazione Greta (che con gioia comprende anche quella di mia figlia!) sta dimostrando con grande coraggio e perseveranza tutto questo.

Sta cioè rendendo evidente il fatto che stiamo vivendo una vera e propria transizione verso un mondo attento al riciclo, alla provenienza delle materie prime, al rifiuto della plastica usa e getta, all’impronta ambientale dei comportamenti che fa degli adolescenti oggi, dei  ‘nativi ecologici‘ oltre che nativi digitali.

E io? Come posso vivermi tutto questo? Quale scelta posso difendere, incoraggiare, portare avanti per dare un senso a questa delicata fase di passaggio e trovare il mio posto nel mondo?

Dopo una settimana di intenso training all’Oasi Zegna, a cura dell’European Forest Therapy Institute, sento che le mie idee si fanno via via più chiare.

Io credo infatti che la responsabilità cui ognuno di noi è implicitamente chiamato venendo al mondo, di realizzare la propria leggenda personale (o di esprimere, trovandola, la propria ghianda per dirla con Hillman) sia il più significativo messaggio di speranza che possiamo dare a noi stessi, ai nostri cari, ai giovani che si affacciano alla vita e al pianeta tutto, in considerazione dell’intima connessione che esiste tra le cose del Mondo.

Oggi dico che non mi basta fare la raccolta differenziata, cercare di mangiare sano, vivere il più possibile all’aria aperta, cercare di non nuocere deliberatamente ad alcun essere vivente.

Non mi basta, perché se io non divento la più fedele “copia della mia possibile me”, è come se parte dell’istruzione genetico-spirituale contenuta nella mia ghianda, nel mio seme originario, andasse perduta e con lei un’occcasione di vita. E questo, io credo che valga per tutti.

Io credo che ognuno di noi non abbia il diritto ma proprio il dovere, di incontrarsi, incontrando il prossimo e di capire presto o tardi che razza di animale sia e che una volta intuitolo,  debba fare di tutto per esprimerlo, aprirsi a questa consapevolezza, offrirsi offrendo al mondo i propri doni che, come tutto del resto, ci sono stati offerti in prestito.
Doni che ci sono stati offerti perché ne potessimo godere insieme ad altri, seduti ad una mensa immaginaria ma non per questo inesistente, che ci chiama tutti a raccolta.
Insieme.
Frammenti unici di uno stesso ampio disegno che ha bisogno anche di noi perché possa dirsi completo.

Quello che durante il training di EFTI  ho compreso, è che dalla Natura provengo e alla Natura voglio tornare, aprendomi sempre di più alla sua saggezza, riconoscendo in Lei una guida impareggiabile, capace di dispensare consigli, insegnamenti e nuove visioni.

Nel bagno di foresta proposto all’Oasi Zegna, ho potuto dare una forma, una struttura comprensibile e condivisibile con altri, a vaghe intuizioni e/o abitudini che l’andare in Natura mi aveva fin qui offerto e che io a mia volta proponevo ad altri, trovando strumenti e competenze utili per ampliare il mio bagaglio esperienziale.

E sempre tra quei faggi meravigliosi, ho capito che non sono sola, che ci sono molte persone “in cammino” e che nei loro occhi riconosco la stessa passione e lo stesso desiderio che abita i miei passi che sono stati incerti per molto tempo e che oggi incontrano una determinazione e una voglia di viaggiare tutta nuova e antica, antichissima al tempo stesso.

Una nuova/vecchia me impastata di Natura e pratiche di guarigione mutuate proprio da nostra Madre: un’intuizione difficile da trasmettere a parole eppure comprensibilissima tra i battiti del mio cuore anche ora, mentre scrivo e le parole mi scivolano dai polpastrelli senza che le debba “ragionare”.

Ricorrere alla Natura per trovare guarigione, ha una lunga tradizione in numerose culture e di fatto, fino all’avvento della rivoluzione industriale, tutti i medicamenti erano derivati da erbe, radici e bacche. Lo stesso Paracelso, sosteneva che l’arte del guarire proveniva dalla Natura e non dal guaritore.

Per me, praticare ed entrare sempre più in intimità e in contatto con il bagno di foresta, anche nei prossimi tre mesi di formazione che mi aspettano, è un modo per risintonizzarmi con una saggezza antica, profonda, che non ha la pretesa di scoprire “niente di nuovo”.

In questa mia ricerca c’è solo il desiderio di rendere nuovamente godibile e accessibile ciò che gli antichi conoscevano e praticavano regolarmente, riproponendone i benefici a chi se ne sentirà attratto.

Con infinita gratitudine, per la fortuna che i miei passi hanno incontrato portandomi fino a qua.