Stiamo entrando in un periodo di perdite inimmaginabili, che apre quotidianamente a scenari su mondi futuri possibili assolutamente inimmaginabili fino a qualche mese fa.

La nostra vita è cambiata nel profondo e non sappiamo niente di quello che sarà il nostro vivere futuro: sappiamo solo che siamo a contatto quotidiano con la perdita e il dolore.

Per  cercare di coltivare in noi i semi di un profondo e radicale cambiamento che possa metterci nella condizione di far fronte alla situazione che stiamo vivendo con maggiore agio, dobbiamo iniziare a fare i conti con il fatto che fino ad oggi abbiamo vissuto totalmente disconnessi dalla realtà, in un mondo illusoriamente controllabile, fatto di scuse e scorciatoie per non sentire ed evitare di entrare in intimità con la vita.

È probabile che questo accada a causa di  paura, conscia o inconscia, del dolore a venire così come di quello che attualmente c’è nella nostra vita.

La domanda che molti di noi si pongono oggi è: “Come sopporteremo questo dolore? “

In cuor mio però non sono convinta che il problema sia precisamente quello di capire come potremo sopportare il sul dolore, quanto  quello di comprendere nel profondo che ciò che crea disagio è il fatto che lo evitiamo e lo nascondiamo, lo mascheriamo da altro perché non vogliamo starci in contatto.

Credo che il senso di quanto ci accade e l’invito accorato che sta dietro questi giorni drammatici, sia quello di iniziare ad includerlo, il dolore, nella nostra vita, come parte integrante di un equilibrato senso di realtà.

 Il dolore è un buddha.

Il dolore ha punti di forza diversi dalla rabbia, perché l’acqua è diversa dal fuoco.

Molte culture contemporanee tendono a valorizzare ciò che alcuni considerano tratti maschili rispetto a ciò che alcuni considerano quelli femminili, il che significa che abbiamo imparato a valorizzare le  virtù infuocate a scapito di quelle liquide: dunque l’indignazione piuttosto che  dolore, l’ assertività al posto della  ricettività.

A volte mi chiedo se questo non accada perché l dolore è visto come un’espressione del nostro femminile (parafrasando la convinzione che “piangere sia cosa da bambine”, tanto per capirsi).

Il dolore ci mette in contatto con la nostra parte femminile nel momento stesso in cui   lo sentiamo e lo accogliamo, ed è probabilmente questa una delle ragioni per cui alcuni ne hanno paura.

La rabbia tende a essere provata individualmente  e stimola la nostra assertività  (non mi piace quello che ti sta succedendo e voglio cambiarlo), mentre il dolore tende a essere percepito  in relazione, ci connette agli altri, ci ricorda che siamo “uno”   (il tuo dolore è il mio dolore e me ne importa). 

Se valutassimo entrambi (rabbia e dolore), saremmo in grado di impiegare fuoco o acqua in base alle necessità.

Queste due emozioni potrebbero temperarsi a vicenda e combinarsi in modi ancora inimmaginabili e potenti.

Ognuno di noi sarebbe in grado di attingere più profondamente in se stesso per dare risposte utili  in risposta alla crisi.

Invece viviamo nell’impero della rabbia e a oggi abbiamo fatto poco spazio al dolore, rifuggendolo e tutto ciò che stiamo vivendo, anche oggi, è il risultato di una reiterata azione infuocata sul mondo.

Mi chiedo se almeno una parte della rabbia ardente così caratteristica del nostro tempo sia in realtà una difesa contro il dolore e cosa potrebbe accadere se ci educassimo a incontrarlo, se ci abituassimo a fare amicizia con il dolore, senza più bandirlo dalle nostre vite.

Il dolore è un buddha.

Il dolore è   lo spirito e il corpo di una stagione nel mondo, una stagione della mente-cuore.

Il dolore è un buddha, la gioia è un buddha, la rabbia è un buddha, la pace è un buddha.

Nei koan, siamo destinati a diventare intimi con tutti i buddha: arrampicarci su di loro, lasciarli salire su di noi, bruciarli per il calore, fare l’amore con loro, ucciderli, trovarne uno seduto al centro della casa. Non intendi curare il dolore buddha, né tu.

Dovremmo scoprire cosa significa far parte di una stagione della nostra mente-cuore, una stagione nel mondo, che è stata macchiata e tinta dal dolore, resa santa dal dolore.

Molto tempo fa, una giovane donna cui era morto il marito, si lasciò tutto alle spalle e andò in un monastero per chiedere aiuto.

“Che cos’è lo Zen?” chiese a un maestro che le rispose che il cuore di chi chiede è lo Zen: il suo cuore spezzato è il Buddha di quel tempo e quel luogo.

Incuriosita dalla risposta, la donna decise  di rimanere e scoprire cosa significasse questa risposta.

Seduta al buio, la donna fece  scorrere le dita sulla faccia del Buddha del dolore, imparandone i contorni, giorno dopo giorno, sempre meglio.

Nel tempo, scoprì che esisteva  una specie di grazia in quell’oscurità, con il dolore come compagna: una profonda umiltà, una profonda calma, un profondo ascolto, nato proprio dalle radici di un grande lacerante dolore.