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Ieri ero a fare colazione al bar, incontro un’amica e ci scambio quattro chiacchiere.

Il tempo di un caffè, di un morso veloce alla brioche che stavo gustandomi e zaaac mi si presenta l’ennesima e per me assai diffusa domanda (abbinata a sguardo penetrante/a me gli occhi ) che fa più o meno così: “Di cosa ti occupi ora?”. In realtà alla domanda fa seguito un corollario di apprensione, stupore, ammirazione che però spesso sfocia in attestato di pazzia (si, diciamocelo, sono tante le persone che anche se non me lo dicono lo pensano e si chiedono come ho fatto ad abbandonare un posto di lavoro nel quale in questi ultimi 15 anni ho riversato tutta me stessa). Considerato però che la di cui sopra amica evidentemente un po’ mi segue su facebook (ah, se mi leggi, ti saluto eh!) molto marzullianamente parlando è riuscita a darsi  una risposta prima che potessi staccare le labbra dalla tazzina. Insomma, la soluzione al quesito,  abbinata a un’alzata di sopracciglia, è stata un farfugliatissimo “Ah, si, ti dai al marketing: beh l’importante è che ti piaccia” (ah, se solo potessi raccontarvi l’espressione di disgusto che ne è seguita).

Non so dire quale sia l’emozione che mi vince in questi momenti.

Non so se prevalga  il disappunto per quel bagaglio emozional relazionale che non riesco evidentemente a trasmettere e che nessuno coglie dietro a una parola in passato abusata, o meglio, relegata, nel pregiudizio di alcuni, ad uso e consumo di (presunti) aguzzini del mercato che cercavano di spillare soldi alle aziende in cambio di un’opera di (pseudo) convincimento perpetrata ai danni degli ignari consumatori, vittime inconsapevoli di insistenti e petulanti campagne pubblicitarie vendi fumo. Non capisco cioè se a frustrarmi sia lo sguardo che nell’attimo successivo all’aver pronunciato la “parola maledetta” mi attiro addosso (sentendomi un improbabile incrocio tra Mago Zurlì e Vanna Marchi) o se a farmi davvero male è questa mia incapacità di comunicare di cosa davvero si tratti.

Fatto sta, comunque, che il termine marketing ha da essere pesantemente sdoganato e per riuscirci  bisogna io credo tornare a fare le cose divertendosi, ricominciando ad attribuire a ogni cosa il giusto significato, provando a immaginarsi che mondo sarebbe senza il superfluo, in un back to basic che abbia il sapore dell’autenticità e del riuscire a essere e a fare ciò che davvero è nelle nostre corde e che in virtù di ciò si trasforma in una cosa ben fatta (indipendentemente dal fatto che tu venda televisori, allevi polli o progetti condomini). In questa visione, giuro, c’e’ spazio anche per il marketing.

Fortuna vuole che in questi giorni la luminosa e illuminante lettura di Kotler, mi aiuti a riportare ogni cosa al suo posto, a non lasciarmi scoraggiare troppo facilmente dai luoghi comuni, per tenere sempre a mente che “il marketing è il processo di business più vicino ai consumatori” e che quindi non solo non “tira pacchi” ma è l’anello più umano e orientato ai bisogni (non spaventamici di dire anche spirituali delle persone che, in questa epoca che ha soddisfatto quelli primari, sono legati all’esigenza di sviluppare e affermare  la propria individualità).

In questa ottica, il marketer diventa quindi un consulente, una persona che, attraverso una attenta analisi di quelli che sono i bisogni, gli interessi e le aspirazioni di un preciso gruppo di persone, si assuma la responsabilità di parlare loro attraverso un linguaggio coerente, onesto, di facile comprensione (starò mica parlando del cuore?) al fine di aiutarle a trovare la giusta soddisfazione di quell’insieme di aspettative e bisogni emersi dall’analisi e dall’ascolto.

Quindi, fare marketing (che per forza di cose è emozionale), care amiche che incontro al bar la mattina, ha per me un preciso scopo sociale, non è un mero strumento di convincimento ipnotico adottato ai danni degli altri, bensì un vero e proprio approccio olistico sul mondo  che si avvale del principio della co-creazione. In tempi di social media infatti, non ha più senso parlare di persone che convincono altre a fare, dire o indossare cose: grazie a una collaborazione resa più semplice e capillarmente disponibile a tutti, consumatori, imprese e fornitori sono uniti in una rete di innovazione che si alimenta dell’esperienza dei vari prodotti, il cui grado di soddisfazione è strettamente legato a principi di coerenza, onestà e utilità.

Venditori di fumo? Come potremmo esserlo in un mondo sempre più facilmente  interconnesso.

Semmai, proprio perché le strade percorribili son infinite e tutte simultaneamente appetibili, potrebbe essere sensato essere in grado di aiutare a disegnare una rotta capace di  dipanare le nebbie di un mondo che ti dice che è “tutto intorno a te” e che, per questo, potrebbe generare nuove e inattese ansie da prestazione o paralisi emotive di fronte a una scelta che si fa sempre più accattivante e “possibile”.

Io credo che occuparsi di marketing oggi, significhi essere in grado di leggere e interpretare le inquietudini come le aspettative e i bisogni che pervadono la nostra società, cercando di trovare soluzioni, offrendo strade percorribili ma anche soste praticabili, in un mondo che rischia spesso di correre troppo e di tenerci quindi al largo del nostro cuore.

Vanna Marchi Vs Virgilio, in una selva che è certamente oscura ma che, non appena l’occhio si abitua alla penombra, offre impensabili e luminose opportunità: l’importante è ricordarsi che l’essenziale è invisibile agli occhi!

E ora, lasciatemi bere un buon caffè 🙂