A scuola ci insegnano a far di conto, a leggere a scrivere, a eccellere e a competere per riuscire.

La maestra ci accoglie con un “brava” quando facciamo bene un tema in classe e i genitori comprano la bicicletta (forse oggi lo smart phone) se sei promossa.

Tutta la nostra società è improntata sull’avere successo, sul coltivare ambizione e traguardi da tagliare, in un crescendo di ansia e distacco da noi stessi che genera malessere, solitudine, frustrazione, rabbia.

I nostri sentimenti e pensieri più abituali e convincenti definiscono l’essenza della persona che crediamo di essere. Se ci troviamo nel loop dell’inadeguatezza e della paura del fallimento, iniziamo a credere ci sia qualcosa che non va in noi e iniziamo a isolarci, separarci percepirci come “altra cosa da te”.

Tutto questo nutre una competizione sotterranea che spesso danneggia le relazioni, fa scoppiare litigi e incomprensioni, coltiva un senso di tradimento e di separatezza che è alla base dell’ignoranza che tutto avvolge e che è all’origine della nostra stessa sofferenza.

Durante la sua notte di veglia il Buddha comprese che tutta la sofferenza e l’insoddisfazione nascono da una comprensione errata di essere un Io separato e distinto da tutto il resto.

Questa percezione ci imprigiona in cicli infiniti di desideri e avversioni che diventano  il leitmotiv di tutta una vita spesa al largo da noi stessi, per paura di incontrarci e manifestarci onestamente e profondamente per ciò che realmente siamo.

Del resto, si tratta di azioni e reazioni intimamente legate alla natura stessa della vita: anche  le cellule allontanano ciò che è minaccioso e vanno verso ciò che può migliorare. Noi umani abbiamo gli stessi riflessi di base, ma la nostra avversione si sviluppa tramite una complessa gamma di attività mentali, fisiche ed emotive di cui per lo più siamo inconsapevoli.

Quando la paura e la brama di essere/apparire migliori di quello che siamo, che di per sé fanno  parte del disegno evolutivo per proteggerci e aiutarci a crescere, prendono il sopravvento e diventano il centro del nostro senso di identità, perdiamo di vista la completezza del nostro essere e iniziamo a “smarrirci”.

Se la sensazione di chi siamo è definita dai sentimenti di insicurezza e bisogno, dimentichiamo che siamo anche generosi, curiosi, affettuosi e divertenti e finiamo con l’auto sminuirci costantemente.

Così facendo, ci dimentichiamo del respiro che ci nutre, dell’amore che ci unisce, dell’enorme bellezza e fragilità che popola la nostra esperienza condivisa dell’essere vivi.

Io credo che non ci si soffermi mai abbastanza sul valore del fallimento.

Ogni volta che falliamo, si apre per noi una meravigliosa opportunità di incontro intimo e profondo  con la nostra naturale bontà, vulnerabilità e unicità.

Ogni fallimento scuote le nostre illusorie convinzioni, vanifica gli inutili sforzi per mantenere il “controllo” delle situazioni e ci induce a una salvifica resa che apre a uno spazio nuovo, a un vuoto fertile da cui ripartire avendo cura di seminare consapevolmente quanto desideriamo coltivare nella nostra vita.

L’imperfezione non è un nostro problema personale, è parte naturale dell’esistenza, riguarda l’intera umanità.

Tutti noi ci troviamo presi da desideri e paure, tutti noi agiamo impulsivamente, ci troviamo a dire cose agiti dal dolore anziché dalla presenza consapevole del nostro centro interiore: è nella natura umana sbagliare, cadere, avere paura, non sentirsi all’altezza, specie in una società che non fa che propinarci inarrivabili “standard qualitativi” di esistenza socialmente accettabile.

Quando ci rilassiamo riguardo alle imperfezioni, non perdiamo più momenti preziosi della nostra esistenza cercando di essere diversi  da ciò che realmente siamo e ci apriamo alla vita, onestamente.

La nostra è una cultura che somiglia a un albero con le radici in aria, come ci ricorda D.H. Lawrence:

moriamo per la mancanza di soddisfazione dei nostri bisogni più grandi. (…) Siamo tagliati fuori dalle fonti più grandi del nostro nutrimento e rinnovamento interiore.

Torniamo in vita, quando scopriamo nuovamente la verità della nostra bontà e la nostra connessione naturale con tutto il creato.

I nostri “bisogni più grandi” vengono soddisfatti quando ci relazioniamo in maniera amorevole e profondamente onesta agli altri, con piena presenza in ogni momento, riuscendo a entrare in intima relazione con la bellezza e il dolore che è dentro e attorno a noi.

Dobbiamo piantarci nuovamente nell’universo, trovare la forza di credere che questo sia possibile, che un terreno ospitale e fertile esiste per chiunque e aspetta solo di incontrarci.

Ci liberiamo dalla prigione del non essere mai abbastanza, quando fermiamo la guerra contro noi stessi e impariamo a relazionarci con le nostre vite con cuore saggio e compassionevole.

Quando impariamo a fare tutto ciò, cominciamo a riscoprire il giardino perduto, quel senso di interezza, veglia e amore dimenticato che è sepolto nel cuore di ognuno di noi.

Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci meglio.

Samuel Beckett