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Quindi vuoi dirmi che ce l’hanno fatta.

Si, insomma, quelli lì, gli invasori digitali.

Sono riusciti a invadere una fortezza rimasta inespugnata nei secoli e a farlo con grande allegria?

Che poi, diciamocelo, siamo sempre a ripetere con una punta di mal celata rassegnazione, che sull’isola non si riesce mai a coinvolgere pienamente la cittadinanza in una iniziativa.

E invece stavolta tocca stare zitti, ma che dico, tocca gridarlo (e saltellarci pure un po’ su) che le invasioni digitali al Forte Falcone sono state un successo, sia per il numero inaspettato di presenze, che per lo spirito di grande passione, professionalità e gioioso condividere, che ha animato il pomeriggio ferajese.

Ma andiamo per ordine, perché una nota di colore non guasta mai.

Qui lo dico,lo scrivo, me ne vergogno pure un po’ ma io al Forte non ero mai salita in 15 anni di (intensa) vita elbana, per cui ci sono arrivata perdendomici anche un po’ nel fascinoso crocicchio di viuzze, scalette, saliscendi.

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E comunque, sia chiaro, arrivata (un po’ affannata) sulla vetta della città, ho realizzato che l’iniziativa aveva chiamato a raccolta centinaia e centinaia di persone: tant’è che il saluto iniziale non sono riuscita proprio a sentirlo perché sono rimasta fuori (nel senso letterale del termine).

Armata di buona pazienza (sono rientrata nel quinto gruppo che è riuscito a fare la visita guidata dei camminamenti sotterranei del Forte e a godere dell’appassionata guida di Luca Bellosi) ho aspetto il mio turno.

 

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Che strano, ci sono persone che incontri la mattina al bar, saluti cordialmente, ci scambi due battute ma non arrivi ad immaginare cosa le animi dentro. Ho scoperto infatti che Luca è mosso da una passione incredibile per la storia di Portoferraio, con particolare attenzione dal periodo mediceo fino a quello napoleonico. Dentro ai passaggi bui, sotto le volte e gli archi, illuminati da feritoie di luce e qualche torcia, Luca ci ha accompagnati dentro alla sua passione, mescolando dati storici ad aneddoti di vita privata e me lo sono visto bambino, esploratore di una città ancora largamente inespugnata dai suoi abitanti, tra cunicoli, passaggi segreti, cisterne dell’acqua in cui fare il bagno e tutta la voglia di avventura che vive nel petto di un giovane.

C’era poca luce ma io quella dei suoi occhi la vedevo, mentre la passione accendeva i ricordi.

Quando sono uscita, il sole era ancora alto e ne ho approfittato per fare un giro sulle mura (purtroppo gli architetti che avevano dato la loro disponibilità a fare la visita guidata avevano terminato i loro giri ma l’emozione di Portoferraio dall’alto me la sono goduta in pieno) .

 

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Mentre scendevo a passo svelto per rientrare a casa,  mi sono tornati in mente i tanti volti, le persone, le storie che si sono mescolate su quei camminamenti.

Ho realizzato insomma, quanto sia importante  riuscire a creare dei ponti, delle situazioni in cui ancora ci si ritrovi, anche per un semplice incrocio si sguardi. Perché si, lo voglio dire, poche ore prima sono andata a salutare una bellissima donna, toccata da un lutto che ti lascia l’amaro in bocca, mentre impotente cerchi parole che non trovi. In quel momento ho realizzato che ero circondata da persone che avrei amato abbracciare e l’ho fatto.

Solo ieri l’ho fatto. Solo messa davanti a un dolore che non mi lasciava scampo, che non mi offriva altro rimedio che l’essere me stessa, nuda con le mie paure e fragilità, libera da ruoli e balletti di convenevoli, sono riuscita a fare fluire il mio sentire.

In quel momento ho realizzato che per me queste invasioni digitali, sono state invasioni del cuore. Pacifiche, colorate, affollate di storie e persone. C’erano i bambini che stanno imparando a twittare (anzi, che lo insegnano a me), la postina, il fotografo,le maestre,  la giornalaia, la mia prima alunna, qualche compagno dei trekking di molti anni fa, un paio di amiche che la macina di questi ultimi anni ha un po’ allontanato, i miei nuovi compagni di avventura e chissà quanti me ne scordo, mentre snocciolo come un rosario i tanti volti che ho incrociato. C’era una umanità intera su quei prati, chiamata a raccolta dal forte richiamo del senso di appartenenza a una comunità, alla sua storia e c’era la passione dei tanti Virgilio che hanno offerto il loro sapere e la loro passione a chi ha avuto voglia di venire.

Mentre riprendevo la bici per tornare a casa, un turista con la cartina in mano mi ha chiesto la via più semplice per arrivare a Forte Stella.

Con un sorriso largo quanto lo spazio che intercorre tra le mie due orecchie, ho chiuso delicatamente la sua cartina e ho allungato il braccio a indicare una scalinata. “Lo vede lassù, quel Forte? Si chiama Forte Falcone, oggi è aperto a chiunque voglia goderne. Passi prima di lì e se incontra qualcuno, si faccia raccontare la sua storia. Sa, è rimasto inespugnato nei secoli ma oggi ha subito la più grande invasione di passione potesse immaginare.”

Ubriaca di storie, ho  iniziato a pedalare lenta: l’aria si è fatta tiepida sul calare del giorno, condizione ideale per lasciare pascolare la mia odierna gratitudine mentre scivolo silenziosa lungo la Calata.

#invasionedigitale compiuta.