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Oggi andando in bici pensavo.

Sai, una di quelle volte in cui mentre pedali hai gli occhi che ti si velano. Non è l’aria, no, e neanche un insetto.

Hai gli occhi che ti si affollano di parole che non sai dire, che non sai dare, che se ne stanno lì sospese mentre i tuoi occhi, appunto, si annebbiano.

Le pensi tutte. Pensi al tempo che vorresti avere, agli abbracci che potresti dare, a tutte le volte in cui hai pensato accadesse più in là, qualche isolato dopo, in tre famiglie dopo di te e invece sei tu, amica mia, a star male. Di quei mali che ti azzerano la saliva.

Così ho preso la bici, quanto mi piace la bici, e ho iniziato a pedalare.

Per fortuna qui sull’isola non mancano le occasioni: il clima è mite e ci si può spostare su due ruote tutto l’anno.

Mentre pedalavo, ho pensato che ci sono un mucchio di cose che accadono, andando piano.

Per esempio ho visto cinque cespugli di fiori gialli, poco distante da casa mia. Ho capito che per strada  ho il tempo di sorridere ai passanti e di salutare gli amici che incontro guardandoli negli occhi. Pedalando vedo anche se la spazzatura è tutta nel cassonetto o se qualcuno l’ha appoggiata poco più in là, vedo nel dettaglio il guinzaglio con cui le signore portano a spasso i loro cani, a che punto è la pergola di kiwi del mio vicino e passando davanti a una pasticceria, intuisco il suo profumo di buono (o magari lo immagino, poco importa).

Mentre scivolo lenta e distratta con la mia bici lungo la via, percepisco una forma di attenzione nuova e diversa al paesaggio che mi circonda: tutto si fa vivido, nonostante la mia mente galleggi e credo che sia perché tutto scorre più lento, meno artificioso, più vicino al mio ritmo interiore e quindi meno falsato.

Questo mio andare lenta mi impone una riflessione che è tutto il giorno che mi ronza in testa e che ancora mi riporta ai momenti, agli istanti, a non spostarmi veloce come spesso faccio. Capisco che è importante lo stare ad ascoltare  il muscolo che si contrae mentre pedalo, il sorriso di una sconosciuta, il profumo di zucchero e cannella (magari l’ho sognato ma tant’è, mi si è impresso in testa), le minuzie che nel quotidiano sono brava a spazzare via, mentre corro dietro a pensieri più ampi.

La tua malattia, amica mia,  mi impone questo silenzio, questa quiete cercata che si fa spazio naturalmente dentro di me.

Ho disagio per le volte in cui ho confuso l’indispensabile per il futile e il superfluo per il prioritario. Faccio ammenda. Conta poco. Tutto scorre, come l’acqua del mare che vado a cercare adesso, mentre i piedi scricchiolano sui sassi. Mi bagno il viso, quasi a cercarmi. Ora. Perché è qui che voglio stare. Mi voglio svegliare da questo torpore. Non ammetto distrazioni, non qui, adesso, mentre lo stomaco si aggroviglia e penso ai tanti, tantissimi giorni di fortuna che ho scambiato per noia e a tutte le inezie che hanno confuso i miei pensieri mentre le vestivo di problemi.

Siamo bravi a farci guerre di quartiere, a barricarci, a confonderci, a mentirci, a ingannarci, a truffare la vita e a  camuffarla in un grande gioco di ruolo e di poteri.

Nessun potere, signori miei. Solo un’opportunità. Poderosa, meravigliosa, inequivocabile, ora. Mi sbaglio ogni volta che penso che la partita si giochi tra di noi, nelle relazioni, negli scambi. La partita vera è dentro di me ed è feroce per quanto è grandiosa. Nessuno sconto siamo io e me, tutti gli altri fuori e un unico obiettivo sotto le mentite spoglie del quotidiano sgomitare: realizzare quel disegno imperfetto che fa di me un essere vivente, partecipare al miracolo della vita, comprendere con le viscere e con il cuore l’importanza del festeggiare, dell’essere grati, del non darsi per scontati mai.

Oggi ho preso la bici, perché volevo andare lenta e fare uscire quel magone che mi soffoca la gola, per tutti gli abbracci che so che ti darei e per quelle parole che ieri, sentendoti, mi sono morte nel cuore, amica mia.