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Io non scrivo.

Io non.

Non   riesco. Ecco.

Mi si ferma tutto qua, alla bocca dello stomaco. Non passa un respiro lungo. Non.

Un peso di rimestamenti e umori, pigiature e scorticamenti che non esce, no. Anzi si infila e si insinua, si nasconde, si incunea, si accuccia, non ne vuol sentire di uscire fuori.

Fuori troppa luce, troppe strade, troppo sguaiare di vite. Troppo,  per chi vive di piccoli passi, trascinando conchiglie di fiume a cavallo di rami, sotto corone di fiori di pesco, all’ombra dell’ultimo bacio. Meglio il riparo, il silenzio, il poco, la finitezza di un’isola nella quale i rumori arrivano lenti, storditi dalla distanza, distorti dai ricordi, appannati dal tempo.

Ecco perché non scrivo. Per non tradire quella creatura di luna e di pesca, quel fiore primigenio, quello splendore  sepolto sotto al fetore degli anni, che non voglio dare in pasto ai cani, al latrare della gente sorda e cieca, che legge con la mannaia i tuoi silenzi.

Sono preziosi, i silenzi.

Il non detto dice, il non scritto scrive.

Sono in rivolta. Con il tanto, con il troppo, con la vanità e lo sgomitare. Mi sgomenta  il cincischiare  di presunte sintonie, così  come detesto  i riflettori e le arguzie vestite di furbizia stolta, effimera, cortigiana.

Andate voi, passate avanti, calpestatevi, strappatevi. Ma senza di me.

Io non scrivo. Non.

Non sono passati 20 minuti. Non.