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Questo post è nato per strada.

Randagio, come i pensieri che correvano veloci, dopo aver assistito allo spettacolo di fine anno dei bambini di IV elementare con cui ho twittato questo inverno.

Sono rientrata estasiata e pure un filo commossa.

Non so, è che stare con i bambini lo fa. E’ un potente richiamo all’essenza vera e profonda delle cose, senza scuse, pretesti, ora.

E l’essenza è una, anzi ce ne sono tante per la verità e tutte soggettive.

Il succo della storia è che ognuno vive la sua, costruendosi personaggi, situazioni, conflitti, catarsi e liberazioni (o prigioni). Ognuno per come può’, per come sa, per come gli va. Ma vale per tutti, grandi e piccini. Solo che loro, i piccoli, sono più possibilisti, hanno ancora il coraggio di lasciare aperta la porta del cuore.

Il loro è ancora un giardino incantato fatto di meraviglia e stupore, un Eden di entusiasmi e scoperte, costellato anche di conflitti e avversità ma capace di slanci e di quella incredibile capacità di vivere l’attimo nella sua pienezza.

Crescendo ci si appanna un po’, si tende a perdere questa predisposizione d’animo, si è più inclini a collezionare attimi, legandoli insieme in un tessuto narrativo ad hoc, si è meno liberi di vivere le circostanze nel loro manifestarsi: preferiamo “organizzarle” secondo precisi schemi mentali che educazione, esperienza, ferite e via dicendo ci hanno abituato a creare.

E’ qui che entra in gioco l‘interpretazione della realtà.

Perché niente è reale: tutto è interpretazione.

Si interpretano ruoli e situazioni, linguaggi, mode e costumi, attraverso una costante traduzione interiore che passa per l’interiorizzazione degli stimoli e la loro organizzazione secondo un filo logico che noi attribuiamo alle cose.

Per cui se il mio traduttore interiore è in modalità “complotto”, gli attimi che colleziono saranno senz’altro rivolti a leggere conferme nei gesti e nelle parole altrui e senza che io me ne accorga, la mia mente scarterà, sforbicerà, eliminerà tutte le altre contemporanee situazioni che non si adattano al mio schema interpretativo, senza dare loro possibilità di scampo alcuna.

Ecco, nei bambini il traduttore è ancora giovane, malleabile, incerto sulla strada da prendere e per questo più possibilista, meno ostinato, più attento a cogliere le sfumature dell’essere e i loro relativi controsensi.

Immaginati una finestra con l’imposta: nell’adulto questa tende a fissarsi a una data apertura e a lasciare filtrare sempre la stessa quantità di luce, mentre nel bambino l’imposta è ancora mobile. Nei giorni dei bimbi quindi, a volte è buio pesto, altre volte è luce piena e soprattutto si può repentinamente passare dal giorno alla notte, in base all’istante vissuto, senza che presunti precedenti precludano l’esplorazione di nuove vie.

Mi piace questo possibilismo, adoro questo modo libero di vivere. Non che non interpretino, lo facciamo tutti, ma i bambini lo fanno in modo più blando e per questo non si lasciano sfuggire occasioni di meraviglia e grande gioia e soprattutto sono capaci di cambiare idea perché se ne lasciano l’opportunità, non si fanno imbrigliare dagli schemi propri o altrui, ci giocano insieme.

Me ne sono tornata a casa deliziata, dicevo, proprio perché di gioia ne ho vista tanta sul palco. Lo spettacolo offerto dai tanti bambini impegnati nella rappresentazione di fine anno è stato sorprendente. Si leggevano l’impegno e la dedizione, lo sforzo e la timidezza domata ma anche il grande piacere, l’allegria, la leggerezza e l’emozione senza filtri della loro età.

Da quando sono entrata in classe la prima volta, ho la sensazione di avere imparato molto dai bambini. Come se in realtà fossero stati loro ad insegnare a me. Senz’altro mi hanno aiutata a capire quanto poco libera e leggera sia la mia interpretazione quotidiana e quanti filtri io utilizzi per aggiustarmi le storie che mi racconto e con loro  i personaggi, le trame, i colpi di scena.

C’era una volta…