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Non è bello?

Quest’anno il rapporto annuale realizzato da Unioncamere e la Fondazione Symbola, non si chiama semplicemente “Rapporto annuale sulla cultura”, no, si intitola proprio “Io sono Cultura”.

A sottolineare la centralità e la pervasività della materia che, specie qui in Italia, ha un peso specifico rilevante e per questo può trasformarsi in volano di rilancio e cambiamento, a patto che ne siamo tutti consapevoli.

E in effetti tra le righe del documento si legge chiaramente che la “Cultura è intesa come l’insieme delle capacita di rilettura di un territorio e delle sue bellezze, capace di riattivare un immaginario legato ai suoi stilemi paesaggistici, enogastronomici, architettonici e di raccontare tutto ciò attraverso un linguaggio capace di toccare corde interiori contemporanee”.

Da ciò si evince che stiamo parlando di cultura non tanto in un senso  museale ma più vicino alla vita quotidiana del Paese. Arte, beni culturali, letteratura, festival, produzioni cinematografiche, attività creative, dunque, che hanno una importante   ricaduta sul marketing territoriale, sulla filiera turistica.

Già, il turismo che, dati alla mano, è stato attivato per oltre un terzo della sua spesa totale stimata nel 2012 proprio  dalle industrie culturali. Una cultura intesa in senso ampio, fatta di persone e delle loro storie. Una cultura che vive nuove e impreviste contaminazioni: designer e piccoli artigiani, creativi e industrie, artisti e stilisti, smanettoni e contadini – a sostenere e far girare la parte più innovativa, dinamica e reattiva del nostro sistema produttivo.

Una cultura intesa come l’enzima  del saper fare italiano, della capacità irripetibile di incorporare nei nostri prodotti la bellezza che respiriamo.

Un saper fare di cui dovremmo imparare a diventare orgogliosi, guardando a noi stessi con maggiore affetto e simpatia. La via per uscire dalla crisi è questa. Tornare ad essere consapevoli  di quello che siamo.

Questo non significa rinnegare o non vedere i difetti, ma coltivare il piacere di guardare al bello, sostenendolo, incentivandolo, stimolandolo. 

Significa imparare ad ascoltare il genius loci delle nostre infinite diversità che fanno del nostro paese uno strepitoso mosaico di identità culturali e di capacità di inventiva in cui la versatilità fa da motore a un sistema industriale ‘sartoriale’, fatto di piccole realtà e tradizioni che resistono allo scorrere prosaico del tempo.

Riuscire a valorizzare e a raccontare questa diversità, farsi testimoni di un bagaglio culturale così vario, comprendere che queste specificità che noi stentiamo a riconoscere, hanno nell’immaginario mondiale un peso sempre rinnovato, significa  incamminarsi al di là del guado, oltre la linea d’ombra della crisi.

Fare questo, significa sviluppare sinergie simili  a quelle che nel manifatturiero sono state in grado di riempire di significati nuovi i prodotti, aprendo nuovi mercati. Per non perdere, in tutti i settori, il treno della transizione al digitale, che offre opportunità non ancora pienamente prevedibili.

E’ che per stare sul mercato occorrono logiche e strumenti  tipici del mondo delle imprese  e la ritrazione del sostegno economico  che troppo spesso il settore pubblico fa, proprio ai danni della Cultura, non sono giustificate né tanto meno lungimiranti. 

Se lasciamo inaridire questa vena  creativa fertilissima, se continuiamo a togliere risorse,  fiducia a chi fa cultura, a chi la alimenta e la diffonde, vedremo prosciugarsi parallelamente anche i nostri distretti, i nuovi focolai di creatività, le punte di diamante del nuovo made in Italy e con essi tante opportunità  di rilancio.

Ieri sono andata a trovare le tre archeologhe che gestiscono a titolo di volontariato la Villa delle Grotte a Portoferraio e ho pensato proprio che se ci lasciamo sfuggire questa grande occasione di rilancio, se pensiamo che la risposta alla crisi sia  continuare a promuovere un territorio per il suo sole e per il suo mare, avremo perso una importante opportunità di  ripresa economica.

Il mio augurio è che non si sia  sordi e ciechi di fronte al canto (tutt’altro che ingannevole)  che le tre sirene di S. Giovanni fanno, attraverso la passione e la dedizione in quanto quotidianamente mettono in pratica, e che ci si riesca  ad aprire a nuovi importanti percorsi  culturali esperienziali sull’isola.

A essere chiamata in causa è una comunità intera, guidata da amministrazioni  che mi auguro essere lungimiranti e in grado di sostenere gli sforzi necessari per affrontare a viso aperto la sfida del cambiamento.

Come? dal piccolo, dal quotidiano, da adesso: nessuno escluso.