gigi.tagliapietra.a.bto.2015

A volte mi illudo  ma alla fine tocca dire che ogni anno peggioro, al punto che questa è stata la mia BTO dei non, delle cose che non sono riuscita a fare, a vedere, a sentire.

Mi sembra che ogni anno si faccia sempre più evidente la mia fascinazione per le storie, per i singoli, al punto che a volte credo siano come dei buchi neri: mi affaccio sul limitare di un’esistenza e ne vengo letteralmente risucchiata.

Sparisco, non lascio tracce: dove ero?

Ma andiamo con ordine, ammesso io ne rintracci uno in questo bailamme.

In primis ci vuole un applauso. Che dico, una standing ovation e un minuto di silenzio, entrambe per il coraggio che la famiglia BTO ha avuto nell’invitarmi a parlare di digital coaching. Si, beh, ho parlato di  una mescolanza di sincronicità e di non casualità esistenziali che oggi mi portano a proporre percorsi di consapevolezza digitale, unendoli a proposte di fruizione turistica all’Isola d’Elba e tocchi di life coaching.

Diciamolo,  la fiducia che mi hanno dimostrato mi ha colpita, non è da tutti  (per cui, si, questi sono dei ringraziamenti ufficiali, visto che la mia ritrosia esistenziale mi fa essere allergica ai saluti e puntualmente quando finisce quella incredibile due giorni di racconti e storie, di numeri e visioni, io me ne vado in punta di piedi, possibilmente senza fare rumore).

Quindi si, appurato che la capacità di essere visionaria e innovativa non manca alla tribù della Fortezza da Basso, non mi resta che snocciolare le piccole cose che mi sono rimaste impresse, che tanto è più forte di me: sono quelle che davvero non mi si levano di torno.

La prima cosa che mi ha colpito, è stata la cravatta di Gigi, su cui campeggiavano enormi cuori colorati disegnati dai bambini di Save the Children.

Fossi stata a un’atra edizione di BTO avrei pensato a un caso ma qui tra entanglement, synchronicity e costellazioni che appaiono a forza di guardare i puntini luminosi nel cielo, ho iniziato a credere fosse un segnale premonitore, il mio filo d’Arianna in questi due giorni.

La risposta? Non ce l’ho ovviamente, trovala tu semmai.

Qui arriva il primo non: manco una foto decente sono riuscita a fargli. La mano mi tremava, parlavo mentre scattavo, non lo so ma sta di fatto che è venuto mosso e io mi consolo con il ricordo vivo di quei cuori colorati che mi si è stampato nella mente.

Mosse sono venute anche le immagini di me e di Monica intente ad arrampicarci sul lettone che campeggiava davanti alla main hall: un tuffo per rinsaldare incontri che avvengono di rado ma che rafforzano la sensazione che non ci sia poi bisogno di chissà quale frequenza per stabilire che tra due persone c’è sintonia. Le immagini sono venute mosse o meglio in movimento:  ho scoperto che il nuovo iphone di Roberta riesce a unire le immagini che scatti e a farti un’anteprima video.

Anche lì, avrei dovuto capirlo che quei puntini volevano unirsi: persino le immagini non si accontentavano più di starsene in uno scatto.

Poi Roberta si è avviata: mancava poco al grande inizio e a me era sembrato già così bello che ci fossimo regalate quella manciata di minuti ridanciani, prima di un inizio così elettrizzante e carico di aspettative.

Ogni volta sto tre passi indietro, perché immagino il carico di tensione che chi organizza questi giorni deve avvertire ma questo non smorza la fatica che faccio: ci si vede così poco, negli ultimi anni si sono mossi universi mondi dentro di me e la voglia di raccontarsi ed ascoltarsi mi vince, faccio fatica a tenerla a bada.

Credo che sia per questo che alla fine riesco a fare poco, a seguire il giusto e mi trovo mio malgrado a deludere aspettative di chi, comprensibilmente, ha aspettato a lungo quei 50 minuti e avrebbe voluto avere la partecipazione di quanti più amici possibili.

La buona notizia è che nessuna delle cassette a cui avrei voluto partecipare è andata deserta, anzi, mi raccontano di numeri imbarazzanti.

La brutta notizia è che io non c’ero.

NON NON NON.

C’ero da Monica però: i millennials e quell’incredibile concentrato di nuovi valori che premono e chiedono espressione mi affascina, forse anche perché  rivedo  mia figlia adolescente in alcune delle cose ascoltate e ho sete di comprensione, una sete che so essere destinata a rimanere tale.

L’adolescenza è un momento della vita affascinante e misterioso. E’ come se in questi anni i  bambini si chiudessero in quel bozzolo di esperienze, spinte ormonali, confusione mentale, gioia sguaiata e tristezza inconsolabile. A noi spetta il compito di attendere fiduciosi.

Forse, con un po’ di fortuna, incroceremo una farfalla un giorno.

Tutto breve, tutto concitato: finito lo speech ho accompagnato Monica per un pezzo di strada. La giornata era tiepida e io sentivo il bisogno di partire, camminare, lasciare andare i pensieri.

Una telefonata di lavoro mi ha permesso di seguire questo istinto e di levare le ancore, viaggiare qualche ora, far sedimentare gli stimoli che mi arrivano sempre violenti, senza filtri.

Nel frattempo però avevo incrociato Maddalena e suo figlio: per un inverno intero su Periscope abbiamo avviato un gemellaggio marino tra l’Elba e Genova, raccontata in modo efficacissimo da tutta la  sua famiglia.  Si, loro sono “la farmacia social” (mi sono trovata a presentare così per tutto il giorno, continuo a farlo qua).

Storie, iniziavo a ubriacarmi di storie. 

Così la sera tra un tirar tardi di qua e un inciampo di là, ci siamo trovati, quattro amici al bar, e io ho scoperto che mi piace l’hamburger vegetariano ma che la maionese vegan non fa per me.

Ancora un non.

Sembra una maledizione!

L’indomani ho messo la testa a posto, ho tentato di disciplinare i pensieri e mi sono infilata alle nove nella cassetta sull’email marketing.

Liste, rilevanza dei contenuti, persino semi e piante da curare: ho riconosciuto un linguaggio familiare e mi sono fatta accompagnare dalle parole.

Non ho finito di vedere lo speech (anche perché altrimenti qui il “non” dove lo piazzavo?) e sono salita al primo piano, obiettivo ubiquità.

Mafe e Alessandra in contemporanea è uno strano scherzo del destino per una che come me a loro deve molte delle illuminazioni degli ultimi anni.

Mi ero ripromessa di saltellare come un elfo dispettoso da una sala all’altra, complice la vicinanza ma poi quel galantuomo di Gabriele mi ha trovato un posto in prima fila, cedendomi la sua sedia: ci sono regali ai quali non si può’ dire di no e mi è sembrato giusto riconoscergli valore. Tanto più che ho fatto fatica a uscire dalla saletta di Alessandra: a dieci minuti dal suo speech era già colma fino all’inverosimile (non mi sono stupita, ovvio).

Con Mafe e Filippo ho viaggiato nelle storie.

Quando sono finite ho capito che ero precipitata in un altro buco nero: lo storytelling fatto bene, perché invisibile.

Morale? NON ho twittato.

Sono stata dentro, mi sono infilata nel racconto, ho bevuto le parole e le suggestioni, mi si è affollata la mente di ricordi, di quando anche io progettavo esperienze per i miei clienti. Non so, ero appannata o forse incredibilmente lucida… ho dimenticato lo smartphone, sono rimasta incollata alla sedia a seguire il disegno e come succede con le storie fatte bene, ne sono uscita migliore.

Li ho ascoltati altre volte, anzi praticamente in tutte le edizioni di BTO  cui ho partecipato (eccetto tre anni fa perché parlavamo in contemporanea) e stavolta, complice il tema di BTO 2015, ho avuto l’impressione che si siano uniti alcuni puntini e che il disegno sia più chiaro. E’ come se le intuizioni che hanno presentato in questi anni si fossero organizzate in un disegno più ampio e coerente che sono riuscita a seguire e a bere d’un fiato, letteralmente.

Ovviamente sono uscita di là frustrata all’idea di non aver sentito Alessandra e mi sono consolata con  le sue fantastiche calze rosse.

Insomma, ho dovuto alzare la bandiera bianca: l’ubiquità non fa per me.

Spiccioli di minuti e poi avrei iniziato il viaggio nel digital coaching.

Di quello ricordo solo le parole che ho scambiato alla fine con le persone, i sorrisi, gli occhi lucidi, il silenzio, in alcuni casi gli abbracci.

Sembra impossibile perché ognuno di noi è unico, eppure nell’ascoltare frammenti di storie che mi sono arrivate in dono alla fine dello speech, ho intuito somiglianze.

Ci sono slabbri e scuciture, buchi neri e salti nel buio che hanno il magico potere di somigliarsi, di creare fratellanze, nonostante le differenze.

Dico sul serio, non mi ricordo gran che di quei minuti ma avrei voluto conoscere il nome del tecnico che mi ha fatto compagnia nella #8 focus hall alle 12.00, perché non dimentico il suo sguardo, quando l’intervento è finito e neanche le sue parole.

[Messaggio privato]: caro tecnico, se sapessi come ti chiami ti ringrazierei, ma magari hai un amico, un parente, un collega che mi sta leggendo e che si prenderà la briga di dirti grazie a nome mio (ero troppo confusa per risponderti a caldo, perdonami, ma il tuo commento mi ha gratificata, forse anche perché non me lo aspettavo).

A pranzo avrei potuto mangiare in mensa e concedermi tempo e spazio per le relazioni e gli abbracci e fondamentalmente lo so anche io che questo conta molto, che è il senso dell’esserci in queste occasioni. Avrei potuto e forse una parte di me avrebbe voluto ma ha vinto quell’altra, quella che si è tuffata a capo fitto in un altro buco nero/storia: quella di Giovanna.

Giovanna è una counselor, capisci? una che quando non senza paura ho parlato di analisi transazionale (al BTO, si hai capito bene, lì) annuiva e si ricordava delle caffettiere e degli uccelli di cui scriveva Berne, in relazione al concetto di consapevolezza.

Mi sono bevuta la sua storia mangiando un panino in terrazza: faceva freschino ma  ero ancora accaldata per l’emozione di avere parlato e ha vinto il piacere di concedersi quel tempo insieme.

Nel mentre che ascoltavo i racconti di Giovanna e che precipitavo in un altro meraviglioso buco nero, Maddalena partiva senza che riuscissi a salutarla e il conto dei miei NON saliva.

Con tutti questi non in tasca, ho tirato un sospiro di sollievo quando sono riuscita ad abbracciare Mariella e Silvia, due innovatrici con la i maiuscola e le altre lettere illuminate dall’entusiasmo. Però niente, iniziavo ad essere scarica, credo che la mia emozione e la mia energia siano rimaste attaccate alle pareti della #8 focus hall: c’ero fisicamente  ma ero svuotata e rallentata nei pensieri.

Di saluti non se ne parla: Paola non sono neanche riuscita a incrociarla ma a un certo punto ho intuito dei riccioli dietro a una macchina fotografica.

Filippo che mi conosce, è riuscito a scambiare due battute con me verso le 15.00 ma sono convinta sapesse che di lì a poco mi sarei eclissata e ha saputo lasciarmi andare con garbo e delicatezza (salvo poi il darmi della sòla ma senza accento su Facebook, per cui ho creduto parlasse alla mia indole solitaria).

Fabrizio lo aveva messo in conto, lo sapeva prima ancora che ci incontrassimo che sarebbe finita così anche quest’anno tra di noi e lo dimostra l’ultimo messaggio che mi ha mandato: io ero già in treno e lui  ha commentato che “questa storia dei non (saluti) deve finire”.

In quel momento li ho salutati tutti, gli affetti del BTO, compreso Giovanni che mi ha incrociata su Messanger ma figuriamoci se riuscivo a fare qualcosa di carino almeno con lui. Loro non lo sanno ma ho fatto una lunga carrellata, con pause silenzi e sorrisi e poi si, ho detto loro che tanto ci rivedremo presto: ci sono infiniti modi per incontrarsi.

Niente, se tiro una riga vincono i no anche perché a Roberta avrei voluto dire molte cose o forse condensarle in un abbraccio ma qui c’entra poco la mia natura: lei era oggettivamente in prima linea su tutto e io mi sono accontentata di bisbigliarle un saluto guardandola sullo schermo all’ingresso.

Robert, Giancarlo e Robi sono riuscita a vederli appena e del resto cosa potevo aspettarmi con la mia natura “tre passi indietro”?

Che poi ho aspettato, non senza fatica, fino in fondo per cercare di ascoltare le storie di Silvia e Mariella ma l’intervento è iniziato in ritardo e il treno incombeva: il tempo di due tweet, per sentirmi meno inadeguata, e sono uscita.


 

Qui non compaiono i cognomi delle persone perché credo non servano: ognuno è unico e sono convinta saprà riconoscersi nel mio racconto a prescindere dalla mention.