Il mio tentativo è quello di mostrare come l’antichità possa essere rilevante per la vita della psiche e come la vita della psiche possa rivitalizzare l’antichità.

James Hillman

Le narrazioni poetiche sono da sempre un veicolo di risveglio, un modo per guardare alla propria storia personale cambiando prospettiva.

La chiave di accesso a questo tipo di narrazioni, è il mito.

Ci ricorda infatti James Hillman, quanto sia essenziale riacquistare la prospettiva mitica, che manca del tutto nel nostro modo letterale di confrontarci con amici e e nemici, bianco e nero, buoni e cattivi. Nel momento stesso in cui rifiutiamo di vedere le virtù dell’altro, non riusciamo a vedere le nostre ombre. Hillman applica la saggezza del mito, che mostra come ciò che consideriamo positivo proietti delle ombre e allo stesso modo l’oscurità abbia in sé una luce che redime.

Parlare il linguaggio del mito è parlare il linguaggio dell’anima, sostenendo un cammino di guarigione capace di farci uscire dalla narrazione autobiografica infarcita di “io me”, per tornare ad appartenere, nella nostra complessità e totalità ad un mondo che ci vuole uniti, interconnessi ed interdipendenti nella misteriosa e affascinante trama della vita..

A proposito di miti, non è un mistero che io sia molto legata a quelli germanici, che hanno forti richiami ai culti animistici delle popolazioni che, vivendo a stretto contatto con la natura, hanno sviluppato nel tempo una comunicazione intima e profonda con essa, fatta di segni, sogni, sussurri.

Camminare in un bosco, spesso ci aiuta a ritrovare questo linguaggio, attraverso l’ispirazione, le suggestioni, la mutevolezza delle forme che si ripetono nei frattali e uniscono ogni cosa.

In tutte le culture esiste il mito del ritorno, del ritrovare casa dopo un viaggio profondamente trasformativo, nel quale abbiamo affrontato demoni interiori, paure, sabotaggi, fantasmi di un passato che molto spesso condiziona il presente e persino il futuro con la sua abilità di legare a sé le generazioni in un unico cordone di sofferenza.

L’inizio di un bagno di foresta, equivale con l’inzio del “viaggio” (se dovessi tradurlo in rune, che amo integrare nei percorsi, direi che iniziamo con Raido).

Raido rappresenta il viaggio della vita e di tutto ciò che ci fa intraprendere un’azione. E’ associata al bisogno umano di trovare la giusta via e ci aiuta a fare il primo passo e mitologicamente parlando fa riferimento a Sleipnir, il cavallo di Odino che accompagna in tutti i 9 stadi di trasformazione.

In un bagno di foresta cerco di far rivivere, in modo più o meno celato, la stessa narrazione contenuta nel viaggio di conoscenza offerto dalle rune, e cerco di farlo in chiave poetica, sostenuta dal grande potere di guarigione che il bosco ha su ognuno di noi.

Più specificamente, la runa Raido è collegata all’atto di cavalcare, assai caro alle culture sciamaniche nelle quali il “viaggio” nelle dimensioni è guidato dal suono del tamburo, ritenuto proprio il cavallo dello sciamano perché in grado di farlo viaggiare.

Cavalcare sul dorso di un cavallo, è il simbolo di un viaggio spirituale dunque, lo stesso che in un certo senso intraprendiamo in un bosco, partendo dal presupposto che ogni cosa è animata e esprime una propria vitalità di cui anche noi siamo parte, nonostante lo abbiamo dimenticato.

Per me quindi l’ecoterapia e in particolare un’esperienza di shinrin-yoku, è un’occasione per rinsaldare questo legame che gli antichi conoscevano, praticavano e coltivavano, a partire da un semplice invito al “viaggio” che ognuno di noi ha la possibilità di sperimentare in modi del tutto personali e mai uguali.

Del resto anche le 24 rune, simboli di conoscenza e intima relazione con il divino che abita ovunque (anche in noi!) rappresentano un viaggio fatto di tappe, incontri, difficoltà, pause, prove, epifanie e occasioni, come lo è la vita stessa.

A mio avviso, un bagno di bosco è essenzialmente un invito al viaggio, in un momento storico in cui la sedentarietà, il blocco (emotivo oltre che fisico) è dilagante ed è diventato urgente oltre che necessario, trovare strade di senso, percorsi in grado di farci incontrare nuovamente la “smarrita via” per dar voce al sommesso canto dell’anima che chiede di tornare a casa, ritrovando senso e scopo nella vita.

Lungo la via siamo fondamentalmente chiamat* a ritrovare la nostra voce interiore, espressione di un immaginario che ci mette in relazione intima e profonda con la nostra anima smarrita.

Ritrovare la nostra anima frammentata, significa anche tornare a far parlare la nostra intima parte istintiva, selvaggia, che sa farsi quercia, radice, foglia, volo di poiana, risvegliando il nostro spirito animale.

Farlo, significa uscire dalla narrazione personale che fa di noi la vittima di un fato avverso, cambiando il mito che stiamo mettendo in scena, per sviluppare un racconto di noi pieno di risorse e capacità creativa.

La capacità di creare il nostro mondo e di abitarlo in modo proattivo, propositivo.

Dell’incontro con lo spirito animale e i sussurri di foresta, ne faremo esperienza, se vorrai, il 20 marzo in un pomeriggio di pratica meditativa e risveglio del tuo linguaggio di natura.

Per maggiori informazioni, clicca qua.

Per approfondimenti:

Le figure del mito – James Hillman

Rune – Norak Odal, Fiordo Bianco

Il mondo magico – Ernesto De Martino

Bagni di foresta – Amos Clifford

Immagery in healing – Jeanne Achterberg

Medicina per la terra – Sandra Ingreman