La cura del bosco che si pratica in un bagno di foresta, dà la possibilità a ogni partecipante di riconnettersi a se stesso, rispettando la propria saggezza interiore e vivendo in funzione del momento presente.

Il bosco rappresenta la madre protettrice, il padre vigoroso o l’amico fedele che si prendono cura di noi con dolcezza.

Secondo Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, gli alberi della foresta appartengono all’inconscio collettivo e sono un elemento imprescindibile per vivere in armonia con la Natura e con noi stessi.

Se stabilisci un rapporto con l’albero, lo stabilisci anche con l’umanità. In quel momento sei responsabile di quell’albero e di tutti gli alberi del mondo. Non osserviamo mai profondamente la qualità dell’albero, non lo tocchiamo mai veramente, non percepiamo la sua solidità, la ruvida corteccia, e non ascoltiamo il suono che è parte dell’albero. Non il suono del vento tra le foglie, ma il suo suono, il suono del tronco e il suono silenzioso delle radici. Devi essere straordinariamente sensibile per sentirne il suono. Non è il rumore del mondo, ne il rumore del chiacchiericcio della mente, ma il suono dell’Universo.”

– Jiddu Krishnamurti

Jung descrive l’ombra proiettata dalle chiome degli alberi come una discesa, un ritorno verso se stessi. Secondo lui la foresta rappresenta una sorta di caverna che incoraggia l’introspezione e ci esorta ad affrontare le nostre paure ma al tempo stesso, evoca la capacità di raccoglierci in noi stessi per raggiungere l’illuminazione, il nostro punto di equilibrio personale.

Da questo punto di vista, si intuisce come il limitare del bosco rappresenti la “porta tra due mondi” che dà accesso al tempio silvestre.

L’immersione nella penombra del sottobosco facilita il contatto con l’inconscio che a poco a poco si fa quieto e silenzioso, aprendoci ad un ascolto e una visione profonda di noi stessi e dell’intima natura delle cose.

Imparando ad osservare con attenzione, coltivando una vivace curiosità per il dettaglio, prendiamo coscienza dei ritmi ineluttabili della vita e della realtà ultima delle cose che rifacendosi alla psicologia buddhista, è impermanente, impersonale e intimamente vuota.

In un bosco, la cura è fatta di silenzi, di luci e ombre, colori, suoni, profumi e soprattutto emozioni di cui diventiamo consapevoli con l’ascolto non giudicante che la mindfulness stimola in noi.

La foresta è uno scenario in cui convivono organismi interdipendenti: animali e vegetali che, seguendo il proprio ritmo, si sintonizzano con gli elementi della natura e che fanno di questo ambiente il luogo ideale per stimolare tutti i nostri sensi.

In un bosco la vista è stimolata dal colore della vegetazione, offrendoci una seduta di cromoterapia ditata di un’azione tono-sedativa naturale.

Quando camminiamo per la foresta, all’ombra delle chiome verdeggianti, esponiamo il nostro corpo a una serie di onde elettromagnetiche: i fotoni. Queste onde interferiscono con le cellule del nostro corpo, ora sedandole ora stimolandole.

I colori delle onde elettro-magnetiche corte, come il verde delle latifoglie, ha un effetto calmante sul nostro organismo: il battito cardiaco rallenta, il sistema nervoso si autoregola e la pressione arteriosa si autoregola.

Se i colori hanno una risonanza psico-emotiva, anche le forme che la natura ci propone agiscono sulla nostra mente-cuore.

La forma verticale dei tronchi ci ricorda che, come gli alberi, anche noi ci leviamo dalla terra e protendiamo verso il cielo. Questa verticalità evoca la vita e la buona salute, ci rassicura dandoci forza e fiducia.

I rami, le ramificazioni, le biforcazioni e le radici sono tutte estensioni del tronco e simboli di unità e aiuto reciproco. È tramite essi che l’albero occupa la propria posizione  nello spazio e possiamo osservare come i rami orizzontali o dritti evochino equilibrio, mentre ramificazioni contorte e piegate verso il basso raccontino di sforzi e disagio.

In Natura tutto parla il linguaggio universale delle similitudini e ci invita a tornare a conoscere il mondo in continuo entrare ed uscire da noi stessi per incontrare la medicina delle relazioni, riconnettendoci a un’energia planetaria.

Fin dagli albori dell’umanità, le diverse culture hanno celebrato l’esistenza di un’energia presente in ogni cosa.

In Grecia, Pitagora la chiamava energia vitale e la rappresentava come un corpo luminoso, Paracelso la immaginava come una forza e una materia vitale e Ildegarda di Bingen la raffigurò con il concetto di Viriditas.

Questa energia, rappresenta il quinto elemento della creazione, dopo la terra, l’aria, l’acqua e il fuoco e se pensiamo agli alberi osserviamo che le radici vivono di terra e acqua, il tronco contiene acqua ed è in contatto con l’aria, la chioma è esposta all’aria e attratta dal fuoco del sole. Tutti gli elementi sono presenti, anche in noi stessi, e l’energia circola e vive sia all’interno che all’esterno di ogni particella di albero come di una persona.

Il soffio vitale è presente in ogni elemento della creazione ed è spesso il suo calo di intensità a provocare in noi malesseri e disagi psico fisici di varia natura, che proprio un bagno di foresta è in grado di curare, passo dopo passo.

Si tratta di tornare a familiarizzare con la nostra casa interiore, proprio come anche la pratica quotidiana della meditazione suggerisce di fare, e di farlo  in Natura, dove ha sede la sua  originaria cassa di risonanza, sciogliendo i blocchi interiori che con il tempo si sedimentano nel corpo,  imparando a stare con quello che c’è, in armonia con le stagioni della vita.

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