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Io credo che ci sia una precisa geografia dell’anima, fatta di punti invisibili, rintracciabili attraverso i cinque (o sei) sensi.

Una carta del sentire e dell’essere, che si dipana lungo le vie, tra i palazzi, in mezzo ai campi, che attraversa ponti, mari, boschi e laghi e viaggia parallela e silenziosa, quasi sotto traccia, invisibile ai nostri moderni navigatori.

Ogni volta che cogli un nodo, un punto della mappa, hai una piccola fitta, un friccicore allo stomaco, uno sbrilluccichio che ti balena negli occhi, qualcosa di simile a una piccola illuminazione.

Cosi è stato per me oggi a Torino, città che amo e che ho il privilegio di conoscere attraverso gli occhi di chi, come la mia amica Claudia, la vive e la apprezza in modo contagioso.

Immagina  una giornata luminosa, di quelle per cui io amo profondamente l’autunno: sole caldo, cielo pulito e tutto il lungo Po indorato dalle carezze della stagione, mentre io a piccoli passi proseguo estasiata la via col naso all’insù. Ci fermiamo a bere un buon caffè, dice Claudia, mentre inciampo nell’ennesima panetteria e scorgo il riflesso di uno dei tanti palazzi che regalano alla città un respiro di capitale nord europea.

Possibile, penso, che tanta bellezza se ne stia concentrata in un luogo e che si riversi con indicibile abbondanza negli occhi di chi volga il suo sguardo incredulo alla città?

Il giorno prima, in taxi, ho avuto il piacere di parlare a lungo con il conducente che ha approfittato dell’occasione per farmi fare un vero giro di Torino, tra aneddoti, curiosità, scorci mozzafiato e piccoli suggerimenti, tanto che alla fine quasi mi è dispiaciuto scendere a destinazione.

Ci fermiamo, dicevo, a bere un caffè.

Cribbio, l’insegna.

Orso, laboratorio Caffè.

Orso?

No, dico ORSO?

Si, ammetto. Se io dovessi immaginare i miei animali totemici, sarebbero due perché due sono gli animali che dentro di me sento affini, che mi somigliano proprio  e si tratta del lupo (solitario) e dell’orso.

Donna Lupo.

Donna Orso.

Si, mi sento così e se pensi che non valga la pena di continuare a leggermi lo capisco: devo aver perso un po’ di appeal per la strada (ammesso e non concesso che ne avessi) con questo mio modo di fare outing ma tant’è che  con la propria natura è bene iniziare a farci i conti, no?

Insomma… una donna orso che va dall’orso a bere un caffè.

Ok, entro e penso: simpatica coincidenza, adesso ad accogliermi trovo Yogi e Bubu e la smetto con questo approccio sciamanico alle cose. Trangugerò  un caffè in fretta e furia in un locale carino, saluti e baci. Amen.

Macché.

Entro e trovo Giulio che ci accoglie con un sorriso largo e che coglie subito la mia curiosità, mi passa il wifi del locale, mi invita a condividere le sensazioni perché poi, a fine caffè, sul fondo della tazzina troverò un numero che potrò interpretare sulla carta… della sciamana.

Ok, deglutisco e mi perdo tra le pareti verdi del locale e le mappe (appunto)  che fanno bella mostra di sé alle spalle di Giulio che mi racconta delle miscele e dei viaggi possibili che posso fare con la preziosa bevanda scura ma niente, non ascolto, non metto a fuoco le informazioni, sono persa in uno di quei nodi, di quei punti invisibili che raccontano la mia geografia dell’anima.

Casa.

Riesco solo a sentire di essere a casa mentre guadagno un posto a sedere e resto inebetita ad ascoltare i suoni del caffè  e penso che se stessi a Torino, certo che adotterei una tazza per trovare sempre la mia ad accogliermi all’Orso.

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Arriva il mio caffè, insieme all’invito di rompere la crema con il cucchiaino e di annusarne il profumo che di per sé è un viaggio nel tempo e in quello spazio che di fisico ha solo le coordinate solitamente usate per raccontarlo.

E’ fatta.

No, dico, mi sento letteralmente conquistata da questo spazio, frugo tra i miei bigliettini per lasciare traccia, segno del mio passaggio a Giulio perché, si sappia, Fravola è stata qui.

Finisco di bere il caffè e leggo il messaggio che mi porta in dono la tazzina: “Scegli un pensiero e tingilo di verde“.

Verde, il mio colore preferito, penso, poi alzo gli occhi e realizzo che anche le pareti del locali sono verdi.

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Ho un ronzare di idee confuse, tipico di quando incrocio i “miei” luoghi e come sempre fatico a trattenere l’emozione e ringrazio le orecchie che arginano la risalita degli angoli della mia bocca perché si, te lo voglio dire, è gioia quando mi infilo nelle coordinate del mio sentire.

Un saluto carico di gratitudine, con la certezza che qui io tornerò a degustare caffè, mentre cerco di trattenere un po’ dell’aroma delle tante storie che vivono questo spazio.

Fuori la luce è calda e morbida e abbraccia le cose. Mi volto a guardare quel luogo denso e intenso come un buon caffè, poi butto l’occhio sul biglietto da visita.

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Vorrei sorprendermi ma infondo anche no,  guardo il logo, metto a fuoco l’immagine: è una bellissima donna orso.

Io credo che ci sia una precisa geografia dell’anima, fatta di punti invisibili, rintracciabili attraverso i cinque (o sei) sensi e oggi nel mio geolocalizzare emotivo, aggiungo Via Berthollet 30 g, a Torino.

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