Meditare ha la stessa radice di medicina: è cura e prendersi cura.

La parola pāli per meditazione, è bhāvanā, causativo del verbo essere, ossia coltivare.

Si tratta di coltivare la mente-cuore.

Ippocrate, la cui opera presenta tratti tanto innovativi da poter essere considerato il fondatore della scienza medica, ha così riassunto il concetto di medicina:

Definirò ciò che ritengo essere la medicina: in prima approssimazione, liberare i malati dalle sofferenze e contenere la violenza della malattia, e non curare chi è ormai sopraffatto dal male 

Ma come intendeva liberare le persone?

In primo luogo attraverso l’incontro e la parola, l’osservazione del paziente  attraverso una vera e propria  diagnosi, che risulta essere una vera e propria “conoscenza” (dal greco Gnosis).

 Spesso la descrizione dei sintomi e la prescrizione della cura da adottare ricalcano antichissime formule presenti nei testi sacerdotali mesopotamici ed egizi, ma nel caso degli scritti ippocratici l’analogia è solo esteriore, perché il medico contestava aspramente l’applicazione del metodo mantico alla diagnostica, contrapponendo al “divinare”, il “congetturare“, in base ai sintomi del male.

L’assunzione di tale forma di ragionamento deduttivo applicato alla ricorrenza di certi sintomi ebbe un influsso enorme sul pensiero greco.

In “Le arie, le acque, i luoghi”, uno dei libri più importanti del Corpus, si sottolinea la stretta correlazione tra qualità dell’aria, dell’acqua e del cibo, topografia del territorio, abitudini di vita e l’insorgenza delle malattie e si considera la profonda conoscenza di questi effetti ambientali come la base fondamentale dell’arte medica.

In secondo luogo, dopo i fattori ambientali, vengono le varie componenti della natura umana che Ippocrate chiama umori e passioni.

All’equilibrio di umori e passioni era infatti data una grande rilevanza così come al rapporto di interconnessione tra corpo e mente. Per quanto riguarda il processo di guarigione gli scritti ippocratici riconoscono l’esistenza nell’organismo di forze sanatrici intrinseche: il potere sanatore della natura.

Il compito del medico si riduceva così a creare le condizioni favorevoli perché queste forze naturali potessero agire e tra i metodi suggeriti, proprio anche da Ippocrate, vi era la meditazione.

La meditazione è un metodo per lavorare con se stessi: può essere usata come un semplice rilassamento o come un mezzo profondo per la crescita della consapevolezza e delle qualità interiori.

Tutte le maggiori religioni del mondo, molte psicologie moderne occidentali e molte altre discipline umanistiche, usano forme di meditazione e riflessione sulla vita interiore.

Le differenze fra le tecniche adottate e gli scopi da raggiungere sono innumerevoli e ciascuno è consigliabile che trovi la propria porta d’accesso per riconnettersi a se stesso.

La meditazione è uno strumento attraverso il quale è possibile sviluppare “presenza”, coltivando a lungo e con amorevole pazienza, uno sguardo sull'”io”, anziché guardare con i suoi occhi.

La presenza è riconoscere quello che c’è, di momento in momento.

Significa riconoscere il movimento rapido dei  pensieri e la calma, senza preferire l’uno all’altro, senza scegliere, smettendola di aver paura della propria delicatezza.

Si tratta di allenare uno sguardo tenero, compassionevole e fermo, che vede i limiti ma non si trasforma in giudice, né in risolutore dei problemi altrui.

In  noi c’è qualcosa che non pretende e non si impone, qualcosa che semplicemente è.

Un puro conoscere sorridente.

C’è un punto in cui il dolore diventa anonimo e le cause, per quanto gravi,  contingenti, espressione di un’energia molto più antica che in quel momento assume quella forma e che è l’energia di essere al mondo, di avvertirsi separati e percepire la nostalgia dell’unità.

Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall’eccitazione, meditando guardo la rabbia, la tristezza, l’eccitazione senza esserne identificata.

Meditare non è cercare la via d’uscita, ma piuttosto la via d’entrata, accogliendo di momento in momento quanto accade e sperimentandone l’intrinseca impermanenza.

Il mondo è pieno di persone che danno ricette per disfarsi di qualcosa, per non sentire, anestetizzare, spostare, rimandare un qualcosa che c’è e che ineluttabilmente ci continuerà a far visita, fintanto che non lo avremo fatto entrare in casa nostra.

La pratica della consapevolezza, invece, insegna a stare, a entrare in intimità con quello che ci accade sperimentandone la paradossale natura impersonale.

L’intimità della meditazione è contatto con il tessuto dell’esperienza, con la percezione diretta e non mediata dai concetti di quanto ci accade, il che ci permette di non rimanere invischiati nell’auto narrazione.

Si tratta di trovare una giusta vicinanza con le cose, sentendocene intimamente imparentati ma non identificati, sviluppando l’energia per una giusta azione che si stacca da noi quando il tempo è maturo e va nel Mondo.