Negli ultimi decenni si è fatta strada una nuova concezione della vita.

L’Universo non è più visto come una macchina costituita di componenti elementari, perché abbiamo scoperto che il mondo materiale è una rete inseparabile di relazioni.

Il pianeta nel suo complesso è un sistema vivente che si autoregola.

La concezione di una mente e di un corpo separati,  è stata soppiantata da  una visione che vede cervello, sistema immunitario, tessuti del corpo, cellule come un sistema vivente integrato e interrelato.

L’evoluzione non è più vista come una lotta competitiva per l’esistenza, ma piuttosto come una danza cooperativa in cui la creatività e l’emergere continuo di novità, sono le forze dominanti.

Una nuova scienza delle qualità sta emergendo.

Una delle scoperte più importanti di questa nuova concezione della vita nella scienza, è il riconoscimento che la rete è lo schema di organizzazione principale della vita.

Gli ecosistemi sono interpretati come reti di organismo: ci sono reti di cellule, ci sono reti di molecole e poi ci sono le reti sociali che sono reti di comunicazione.

Ovunque vediamo sistemi viventi, vediamo reti.

Non si tratta di strutture materiali, bensì di reti funzionali, di relazioni tra vari processi (si pensi alla cellula e alle reazioni chimiche che ospita).

La rete è uno schema immateriale di relazioni e richiede che si adotti un pensiero sistemico, lo stesso che viene adottato per studiare l’ecologia.

Durante la storia della scienza e della filosofia, c’è sempre stata una certa tensione tra due approcci: lo studio della materia e lo studio della forma.

Lo studio della materia inizia alla domanda: “di che cosa è fatta?” e si compone di misurazione.

Lo studio della forma, si chiede invece: “qual’è lo schema?” e questo porta all’idea di ordine, organizzazione, relazione. Invece che alla quantità, porta alla qualità e richiede la mappatura al posto della misurazione.

Si tratta di due filoni di ricerca diversi che sono stati storicamente in competizione tra loro.

Per la maggior parte del tempo, ha dominato lo studio della materia, anche se ogni tanto lo studio della forma è emerso in primo piano, come di fatto sta accadendo oggi.

Le qualità di un sistema complesso, fanno riferimento alle qualità di un sistema che non esibisce nessuna parte di esso. Si pensi ad esempio al concetto di salute.

La salute non può essere espressa come somma delle proprietà delle parti. Le qualità sorgono dai processi delle relazioni tra le parti e possono essere mappate ma non misurate. 

Negli ultimi decenni, le reti viventi sono state indagate estensivamente e si è visto che la loro caratteristica fondamentale è che generano continuamente se stesse (si pensi alla cellula). Dunque, le reti viventi continuamente creano o ricreano se stesse e sono figlie di una infinità di relazioni.

Anche la vita nel campo sociale può essere intesa in senso di reti di comunicazione.

Come quelle biologiche, sono autogeneranti ma ciò che generano è immateriale. Ogni comunicazione crea pensieri e significati che originano ulteriori comunicazioni.

La rete riesce a integrare 4 dimensioni che sono: biologica, cognitiva, sociale ed ecologica e richiedono che si sviluppi uno sguardo ampio e sistemico sulle cose del mondo, capace di contenerne le relazioni, i processi, il continuo divenire frutto di interdipendenze. 

Non è pensabile occuparsi del malessere dell’uomo, intendendolo separato e scollegato da tutta la rete di relazioni in cui è immerso e da questo punto di vista Sara Conn, psicologa clinica di Cambridge ci ricorda che:

L’ecopsicologia invita la pratica psicoterapeutica a espandere la sua attenzione oltre al paesaggio interiore per espandere e promuovere lo sviluppo della comunità, il contatto con la terra e con i luoghi, l’identità ecologica. Ci invita a sentire la terra che parla attraverso  il nostro dolore e disagio e ad ascoltare noi stessi come se stessimo ascoltando un messaggio dall’universo.

Da questo si evince che, in ottica sistemica, la psicologia ha bisogno di svegliarsi, di riconoscere di non poter più studiare e curare l’uomo separatamente dal pianeta.

Ha bisogno di fare i conti con la realtà esterna, con i disastri di larga scala che sta subendo il pianeta in questi anni.

Per poter meglio comprendere la persona e il suo disagio, non può limitare il lavoro alla dimensione intrapsichica e relazionale ma deve estendersi anche in campo ambientale, prendere in considerazione le connessioni tra malessere  psicologico e disequilibrio ambientale, tra malattia dell’anima e malattie del mondo.

Occuparsi della salute del pianeta diventa quindi uno dei modi per ripristinare la salute e il benessere dell’essere umano perché la rete è viva, la rete è vita.