L’alchimia del rimanere

da | Mag 22, 2022 | Supporto psicologico

Qualche settimana fa ho deciso di cancellare il mio profilo da Facebook.

Nato quasi per scommessa ormai 14 anni fa, questo profilo, che avevo aperto con gran fatica ed enormi dubbi, è diventato il filo rosso delle mie profonde trasformazioni, il Caronte che mi ha traghettato nell’inferno del assumermi la responsabilità di cambiare nel profondo smettendola di delegarla “a qualcuno là fuori” e poi il Virgilio che ha iniziato a raccontare gli stadi intermedi della mia trasformazione.

Sempre presente, la comunicazione social su Facebook ha spesso rappresentato la bussola cui riferirmi, quando la mia mente vacillava e mi diceva che no non ce l’avrei fatta. Perché se la mente mi diceva questo, le dita sulla tastiera conoscevano una confidenza e una fiducia tali da riuscire a trasportarmi “là dove sentivo di appartenere”.

Nel frattempo sono accadute infinite cose fuori ma soprattutto dentro di me, e quel disagio, sentito sin da subito, nell’abitare questo spazio di condivisione assai rumorosa, cresceva e non si smaltiva dentro di me.

Credo che a seguire, l’abitare la Selva ci abbia messo lo zampino, nel senso che tutto questo silenzio e questo spazio grande dentro cui trovare e ritrovare senso, sta aggiungendo significato profondo ai miei giorni semplicemente togliendo, semplificando, permettendomi di dilatare lo spazio interiore che scelgo di dare a me stessa e ciò che è significativo per me.

Silenzio.

Vuoto.

Ascolto.

Vento.

Meditazione.

Letture.

Scrittura.

Una sorta di ecologia del silenzio, per come la descrive egregiamente Daniel Lumera nel suo ultimo libro “Ecologia Interiore”, un “Il re è nudo” del mio cuore che è stato ed è capace di aprirmi ad ulteriori riflessioni, come se di giorno in giorno io scoprissi ulteriori piani e livelli del cuore che si possono abitare, ripulire dai rovi interiori per imparare a dare fiducia alla luce che vi penetri portando la consapevolezza morbida dell’accettare.

Un silenzio che è scelta amorosa, significato esistenziale profondo, nitida volontà di scegliere sempre più accuratamente la mia via.

Il fatto è che più lo fai, più ti accorgi che ogni millimetro conta, conta come poggi il piede, come aggiusti i capelli dietro all’orecchio, l’espressione del volto e pure la sua inespressione.

Tutto conta, resta, fa tonfo nel cuore e chiede una qualità nuova di abitarsi che non ha spazio per il futile, il gingillio, il “me la racconto”.

A volte toglie il fiato.

Perché non è banale dirselo dentro che il “il re è nudo”. Aprire cassetti, rivoltare gli armadi, scegliere l’unico criterio possibile con cui camminare: l’onestà interiore, la  promessa sottile da fare a se stessi “cerca di somigliarti, di non tradire il patto di sangue e carne che ha dato forma al progetto di vita che incarni”.

Spesso è poco attraente tutto ciò e invita ad imparare ad andare oltre a ciò che è socialmente desiderabile, per scoprire infinite distese di ricchezza interiore che aspettano solo di essere scoperte da noi.  Assumersi questa  responsabilità implica uscire dal loop del nagazionismo e concedersi spazi di vuoto e silenzio interiore che, come sempre Lumera ci ricorda, sono socialmente  visti con diffidenza e dunque amabilmente sabotati perché, ed è comprensibile, il pensare di “appartenere” è un bisogno legittimo e umano… peccato che scegliendo di appartenere a uno stream di dissociazione per come la nostra società ce lo propone, decidiamo di  ammalarci e di ammalare il pianeta.

 

Infatti,  oltre a essere poco attraente, l’onestà interiore è l’unica via che possiamo praticare se davvero abbiamo a cuore la salute del pianeta perché abbiamo una grande responsabilità,  nello sceglierci con pazienza e fiducia.

 

Ogni gesto che tracima dalla nostra presenza è destinato a “pesare” sull’ecosistema: un “butterfly effect” del cuore che lo si voglia o no, incontra gli altri (a volte gioiosamente, altre volte con resistenze che chiedono un muto e profondo rispetto e l’intelligenza di capire che quelle resistenze non sono qualcosa di diretto a noi ma una umana difesa di territori feriti altrui) ma sempre li incontra.

E’ un pò come realizzare, via via che il lavoro interiore si approfondisce, che non solo non siamo soli nel senso che siamo interconnessi e dunque che l’andare in natura ci riapparenta e via discorrendo.

No, non siamo soli anche nel senso che le scelte che facciamo hanno un peso sugli altri e viceversa.

E non parlo di scelte esteriori come il consumo di carne, di plastica o di energie fossili. Sto parlando di cosa ne faccio della mia mente, di quanto io scelga di curarla, armonizzarla con un senso di integrità interiore che riguarda solo me, libera gli altri dalle responsabilità che fino ad oggi ho accollato loro per il semplice motivo che non riuscivo a fare altrimenti, non avevo la forza di guardare nel profondo quanto tutto dipendesse da me. Pure la salvezza del pianeta dipende (anche) e in modo sostanziale da me, sì.

Perché come sempre Daniel Lumera dice, le isole galleggianti di plastica nel Pacifico non sono il problema: il problema è la plastica della mia mente e fintanto che non avrò avuto la forza e il coraggio di comprenderlo, fintanto che sceglierò di galleggiare nel negazionismo di un mondo che non mi chiede altro che essere “felice e contenta”  tagliando via via porzioni sempre più consistenti di realtà che contraddicono questo assunto nel mio mondo che produce plastica, appunto, il problema non potrà che essere esterno e dunque irrisolvibile.

Così, nel pieno di questi processi che ancora mi lavorano eccome, avevo deciso di darci un taglio, di chiudere tutto ciò che mi ricorda il casino del mondo là fuori che spesso mi sommerge, mi confonde, mi fa perdere la via.

Ma poi nulla è perduto e ci  hanno pensato le intricate regole del marketing a farmi “rimanere”… perché la chiusura del profilo  facebook ha ripercussioni anche su instagram e ci pensa Zuckenberg a ricordarmi che il “butterfly effect” è una realtà capace di penetrare ogni livello della nostra esistenza.

Dunque, superato il primo momento di fastidio,  che fare, ho pensato?

Non mi resta che rimanere, e assumermi la responsabilità di scegliere come farlo, quanto essere presente sui canali social ad esempio, se questo era il tema che mi portava alla chiusura e riflettere. Sì, riflettere su quanto sia facile chiudere, eliminare il problema, metterci una pietra sopra, bloccare il contatto scomodo e con esso il pensiero disturbante che mina la nostra “splendente felicità” e ci ricorda che sì, quelle isola di plastica nel Pacifico siamo noi, sono le nostre menti inquinate e profondamente narcotizzate dal bisgono di escludere tutto ciò che contraddice la nostra visione del mondo, anziché imparare ad allargarla, incontrando l’altro e le difficoltà che sempre una relazione ci sollecita ad abitare.

Questo processo mi ha richiamato nel profondo il senso della pratica meditativa che ci invita a non escludere alcunché, a non precludere niente all’orizzonte della nostra mente cuore e ad allenare la nostra capacità di “stare con”. 

La meditazione non diminuisce il carico di problemi cui andiamo incontro quotidianamente ma ci sostiene nel trovare efficaci modalità con cui attraversarle e alchemizzarle in nuovo propellente per la nostra crescita, trasformando l’energia di una resistenza con lo slancio per fare un nuovo passo in direzione della nostra integrità personale.

Ora, non so se e quanto  Zuckenberg sia consapevole di avermi aiutata a fare un nuovo passo verso me stessa ma il punto è come e quanto da ogni “blocco” possiamo ricavare nuova linfa.

E’ questa la liberazione di cui si va parlando trasversalmente in tutte le tradizioni: la potenziale capacità che ognuno di noi ha di scegliere, in ogni circostanza, cosa fare di ciò che lo disturba, comprendendo nel profondo che ciò che davvero ci disturba è la nostra mente, come funziona (e a volte non funziona) e quanto riesca a condizionare e a limitare la nostra quotidianità.

Dunque mia è la responsabilità di “rimanere o andare”, valutando in ogni momento la qualità del mio stare, quanta energia io desideri dare alle cose, imparando a servirmene anziché servire loro, senza sentirmene in alcun modo limitata.

Credo che questa consapevolezza abbia molto da insegnare al progetto di ecologia della comunicazione che sto mettendo a punto e penso che nel significato arcaico della parola “rimanere” sia contenuto un grande segreto. L’etimo di questa  parola anticamente si riferiva ad un “astenersi” e sappiamo quanto profondamente la pratica meditativa ci insegni proprio questo, ad astenerci dal frequentare e rafforzare i consueti solchi neuronali, assumendoci la responsabilità, attraverso una rinuncia consapevole, di crearne di nuovi “affrettandoci piano”, come ci ricorda Corrado Pensa.

 

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CIAO, IO SONO FRANCESCA

Sono una psicologa clinica, forest bathing trainer e mindfulness counselor.
Ho approfondito il mio interesse per l’ecopsicologia con un master in Ecoterapia e Ecologia del profondo, ma soprattutto con la scelta di vivere in un bosco.

Attualmente sono specializzanda presso l’Istituto di Psicanalisi Relazionale e Psicologia del Sé a Roma.

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Ho una laurea magistrale in psicologia clinica e dinamica, nella quale ho approfondito i benefici dell’ecoterapia e delle immersioni sensoriali nel bosco, associati alla Terapia Focalizzata sulla Compassione di Gilbert e all’ecologia del profondo. Sono coautrice dell’articolo “La psicanalisi e gli spazi verdi”, contenuto all’interno del libro Salvarsi con il verde – la rivoluzione del metro quadro vegetale che mette in luce gli aspetti terapeutici della natura in una seduta psicoanalitica.

Mi sono diplomata facilitatrice del metodo Feeding Your Demons® con Lama Tsultrim Allione, che ne è la creatrice. Si tratta di una pratica che consente un lavoro approfondito sugli aspetti distruttivi della nostra psiche, con una lettura che integra lo Dzog Chen a un lavoro gestalitico sui blocchi interiori.

Lama Tsultrim è una insegnante di buddhismo di livello internazionale oltre che l’autrice di numerose pubblicazioni. Si concentra sugli insegnamenti di Dzog Chen e sul lignaggio di Machig Labdrön, fondatrice del lignaggio Chöd.

Al Tara Mandala Center, in Colorado (USA)  ho approfondito le relazioni tra psicodharma e psicologia occidentale  acura di Lama Tsultrim Allione, da cui ho ricevuto l’iniziazione alla pratica del mandala delle dakini, con un focus specifico sul femminile illuminato.

Sono insegnante certificata di EcoNidra, con un focus specifico sulle tecniche di rilassamento in natura a indirizzo psicosintetico e sulle pratiche di consapevolezza negli stati ipnagogici.

Sono allieva della Bert Hellinger Schule, una scuola di formazione orientata ai contenuti e alle intuizioni della Hellinger Sciencia®, la scienza di tutte le nostre relazioni, fondata da Bert Hellinger, padre delle costellazioni familiari praticate e insegnate in tutto il mondo.

Ho frequentato  il  Compassion Focused Therapy – Training di 1° livello del   “Compassionate Mind – Italia”, emanazione della Compassionate Mind Foundation Inglese di Paul Gilbert.

Ho coltivato il mio interesse per l’espansione degli stati di coscienza a scopo terapeutico,  frequentando l’Awakened Mind Training presso l’Arthur Findlay College, Londra (UK), dove tutt’ora approfondisco e pratico la mediumship.

Ho studiato e praticato il protocollo Mindfulness of Dream & Sleep con Charley Morley insegnante di sogno lucido e autore, tra gli altri, del libro Wake Up to Sleep: una guida pratica per trasformare stress e trauma e ristabilire un buon equilibrio emotivo. Il protocollo Mindfulness of Dream & Sleep aiuta a ridurre lo stress prima di coricarsi e  a ottimizzare la qualità del sonno.

Ho approfondito gli studi con Joanna Macy alla School for The Great Turning, che mette in evidenza i punti di incontro tra saggezza personale, ecologica e spirituale per rafforzare il self empowerment e incoraggiare la guarigione del pianeta.