ecoterapia

L’Anima ha un modo tutto suo di chiamare a sé.

Non chiede permesso, certamente non bussa: semmai erompe, sconquassa, a volte sussurra insistentemente , manda segnali, immagini, coincidenze, occasioni.

L’Anima non bussa, dicevo, perché risponde a un bisogno profondo e insopprimibile: quello di trovare espressione, fare esperienza, andare verso la realizzazione di quella promessa di sé che tiene inscritta nei recessi reconditi del suo essere seme, progetto di vita, codice di individuazione, sequenza di manifestazione.

Accade non di rado che il suo richiamo, forte e a volte lancinante, squarci le notti del nostro esistere monotono e insipido, sferzandolo con i venti di un insopprimibile obbedire alla nostra natura intima che apre  crepacci di infinita paura nel cuore.

Sono, questi, gli abissi del nostro essere infinit*, mai nat*, frutto di un incessante concatenazione di eventi di cui perdiamo traccia e memoria.

Obbedirle è per me sostanza dei miei giorni, vocazione cui rispondo con sommessa gioia e infinito tremore.

Perché c’è tremore e terrore nel somigliarSi, poiché quanto più ci si incammina verso la propria intima essenza, tanto più si varcano soglie, si attraversano crepacci, si intuiscono quegli abissi del nostro essere infinitamente grandi e infinitamente piccol*.

E’ un valicare confini, facendosi cucitura sottile di slabbri feroci.

Individuarsi, camminare sulle tracce del proprio Sé, è germinazione di bene in fioriture di fiducia e strappi di pena. Ma più si prosegue la via, più questa si fa irrinunciabile, quasi ci abitasse un pifferaio magico nel cuore mentre ardimentos* e prudenti ci offriamo ai sentieri dell’Anima.

Sono cammini lenti per le nostre menti ruminanti, che però hanno la forza degli oceani e la costanza di certe madri che sempre aspettano il nostro rincasare con cuore saldo.

Fuori è ancora buio e il primo vento d’autunno infreddolisce i miei piedi sempre troppo scalzi e troppo selvatici perché io riesca ad aggiustarmi dentro ai ruoli.

I grilli si mescolano al frusciare di foglie, amalgamandosi in una delle stagioni soglia che più amo, che più sento, che più fanno tana nel cuore.

I bagliori delle prime luci, gli sbadigli del paese, i primi canti del gallo: tutto parla di risveglio, di una promessa che si ripropone, alba dopo alba, seppellendo le ombre, promettendo nuova luce, finché il sole non stenderà i suoi raggi sui tumulti di chi viaggia.