quercia delle streghe a Capannori
Foto di Diego Parenti

Non è solo il manifestarsi dell'”ombra” che determina l’insorgenza di ardui e sottili problemi etici.

Spesso si avverte la presenza di un altro “elemento interiore”.

Se il sognante è un uomo, questi individuerà nel proprio inconscio un elemento simbolico femminile; se è una donna, questo elemento avrà sembianze maschili.

Spesso questo elemento si confonde con l'”ombra”, ragione per cui Jung parlò di animus e di anima, rispettivamente il maschile e il femminile.

L’anima è la personificazione di tutte le tendenze psicologiche femminili della psiche dell’uomo, cioè sentimenti e atteggiamenti vaghi e imprecisi, presentimenti, la ricettività irrazionale, l’amore di sé, il sentimento della natura e e l’atteggiamento nei confronti dell’inconscio.

Non è per caso se nell’antichità spettava alle sacerdotesse (come la sibilla dei Greci) l’incombenza di penetrare la volontà divina e di istituire rapporti con gli dei.

Un esempio particolarmente calzante del modo in cui l’anima si manifesta come una figura interiore della psiche dell’uomo, è fornita dai medici-profeti (shaman) delle tribù eschimesi e artiche.
Alcuni di loro indossano indumenti femminili, o si dipingono il petto o le vesti, proprio per esprimere il loro intimo carattere femminile – lo stesso che fa sì che essi possano comunicare con la “terra dei fantasmi”, cioè l’inconscio.

Nelle sue manifestazioni individuali, il carattere dell’anima deve la sua particolare struttura alla madre di ciascuno.

Se la persona ritiene che la madre avesse su di lei una influenza negativa, la sua anima si esprimerà secondo atteggiamenti di irritazione, incertezza, insicurezza, emotività (tenuto conto che se la persona impara a gestire questi influssi, quei caratteri finiscono con il rafforzarne la vitalità interiore).

In simili personalità, la madre-anima ripeterà senza sosta il suo motivo: “Non sono niente, non valgo niente, niente ha senso, niente mi rallegra…”

Questi atteggiamenti dell’anima, determinano una sorta di torpidità, un acuto timore della fatica, dell’impotenza, delle circostanze accidentali e la vita finisce con il collocarsi in una dimensione tetra e oppressa.

Le sirene dei Greci come la Regina della Notte del Flauto Magico mozartiano, personificano questa particolare forma, simbolo di illusione distruttiva.

Ma l’anima ha anche aspetti positivi: quando l’uomo non riesce a con la mentalità logica a individuare i fatti che restano occulti a livello dell’inconscio, è l’anima che lo aiuta a precisarli e a riconoscerli.

Ancor più importante è il ruolo che l’anima svolge sintonizzando la mente dell’uomo con i più vitali valori interiori, aprendo la via verso la conoscenza delle profondità più recondite dell’inconscio.

È come se una “radio” interiore si  sintonizzasse su una lunghezza d’onda tale da impedire di ricevere le frivolezze ma consentisse l’ascolto della voce del “grande uomo”.
Nel farlo, l’anima assume il ruolo di guida, o mediatrice, fra il mondo interiore e il sé.

In questo modo si manifesta l’iniziazione degli shaman: questo è il ruolo di Beatrice nel “Paradiso” di Dante, e della Dea Iside, quale apparve in sogno  ad Apuleio per iniziarlo a una forma di vita di ordine spirituale, più elevata.

Questa funzione viene esercitata dall’anima quando l’uomo affronta con consapevole serietà i sentimenti, gli atteggiamenti, le speranze e le fantasie che si manifestano e prendono corpo nella sua anima e cristallizza e oggettiva ciò che ne emerge in una forma definita, ad esempio nella poesia, nella musica, nella scultura o nella danza.

Quando l’uomo si dedica a questo compito con serietà e pazienza, dagli abissi dell’inconscio emergono altri elementi, di ancora maggiore profondità.

La letteratura è ricca di esempi che ci mostrano l’anima nella sua veste di mediatrice e guida interiore: un esempio su tutti è rappresentato dall'”Eterno femminino” nel Faust di Goethe.

Nell’età di mezzo si verificò una importante differenziazione spirituale nella religione, nella poesia e in altri campi culturali: il mondo dell’inconscio venne conosciuto con maggior chiarezza grazie al culto cavalleresco della donna, che esprimeva il tentativo di differenziare l’aspetto femminile della natura dell’uomo, sia in rapporto alla donna esteriore che del mondo psichico.

La dama al servizio della quale il cavaliere si votava e in onore della quale compiva le sue gesta, era una personificazione dell’anima.

La dama insegnava al cavaliere a differenziare i propri sentimenti come il proprio atteggiamento nei confronti delle donne.

Nel tempo, questo tentativo individuale di sviluppare un rapporto con l’anima, venne abbandonato e l’aspetto sublime di questa fu incentrato e simboleggiato dalla Vergine Maria.

Quando l’anima, identificata nella Vergine, venne considerata come globalmente positiva, gli aspetti negativi di essa trovarono espressione nella credenza delle streghe.

Diventa così evidente che, una volta che l’anima è stata proiettata in una personificazione esteriore “ufficiale”, è stata scissa nel suo duplice aspetto costitutivo, come nel caso di Maria e delle streghe.

Tutti i percorsi di crescita personale e spirituale comportano un’operazione di integrazione tendente all’unità originaria, al superamento dello sguardo dicotomico, a favore di un più armonioso incontro di parti.

Si tratta quindi anche di tornare a parlare con entrambi gli aspetti del nostro inconscio, familiarizzando anche con le ombre e le paure che questo manifesta e riconoscendo proprio in questi aspetti ombra un’importante e imprescindibile occasione di crescita e di guarigione.

Come anche la mindfulness ci insegna, coltivando la presenza possiamo imparare a contattare dolori, traumi, paure, zone buie della nostra storia personale imparando a illuminarle con la luce della consapevolezza e ad abbracciarle come una madre amorevole fa con il suo figlio.

Si tratta quindi non tanto di fuggire, eliminare, edulcorare il dolore, quanto di imparare a dargli il giusto spazio, a comprenderne la lingua, a integrarlo in una visione del mondo in cui il dolore esiste, è una realtà inconfutabile, e il dolore insegna perché spinge a guardare più in profondità, oltre al velo d’illusione e ignoranza, per cogliere poco per volta l’intima, pacificante, natura delle cose.