donna in natura con foglia di felce

L’avventura di conoscersi, passa anche attraverso piccoli quotidiani gesti di cura di sé.

Ma ho l’impressione che la cura di sé non sia farti  bagni di sale profumato  o divorare  torte al cioccolato  davanti a una grande vetrata vista bosco che fa figo su Instagram: significa  piuttosto costruire una vita da cui non è necessario sfuggire regolarmente.

Significa fare un foglio di calcolo per capire come far quadrare i conti ogni santissimo mese, allenandoti a cucinarti qualcosa di salutare ogni mattina,  e non solo a scappare dai tuoi problemi  scambiando l’ennesima distrazione per la loro soluzione.

Spesso avere cura di sé implica fare la cosa più brutta che puoi fare, come dire a un amico quanto di più scomodo e sgradevole tu possa immaginare, per dar fiato al cuore e non solo al bisogno di tenertelo stretto, compiacendolo.

Significa ottenere un secondo lavoro per riuscire a mettere da parte qualcosa a fine mese, o trovare un modo per accettare te stesso, smettendola di mortificarti con mille improbabili tentativi di essere come gli altri ti vorrebbero (che poi, facci caso: non vai mai bene comunque).

La cura di sé ha a che fare con l’iniziare a ricavarti del tempo, deliberatamente, per leggere un libro, spegnere il telefono un giorno intero, infilarti in un bosco senza avere una meta precisa da seguire, sederti su un cuscino a meditare e lasciare che fuori piova, per ore e giorni, quasi a lavarti la tristezza di dosso.

Significa guardare negli occhi i tuoi fallimenti e le tue delusioni e riprogrammare una vita intera se serve e lasciare andare, Santo Cielo.

Ha a che fare con lo smettere di giocare con la colla, nel tentativo vano di mettere insieme sempre i pezzi, e imparare a stare con i buchi e gli slabbri, con le esplosioni dentro che a volte fanno tabula rasa dell’esistente. Punto.

E’ scegliere da capo.

Ricominciare.

Deludere qualcuno, per non deludere più te stesso e rassegnarti all’idea che è vano tentare di piacere al mondo intero, specie quando non piaci più neanche a te stesso.

Vuol dire vivere in modo scomodo, nel quale molti non capiranno cosa stai facendo semplicemente perché non sono disposti a pagare lo stesso prezzo che stai pagando tu, per Essere.

Significa vivere in modo normale, regolare, comune, non straordinario, tanto meno “trandy”,   convivendo con la cucina sporca per un giorno e con il fatto che avere addominali scolpiti non sia il valore ultimo della tua esistenza, come non lo è quello di correre appresso a false amicizie per paura di rimanere solo.

La cura di sé richiede che tu inizi a capire quanta parte della tua ansia derivi dal fatto che non esprimi il tuo intimo potenziale, e quanta invece dal modo in cui sei stato educato a pensare prima ancora di sapere con esattezza cosa stesse per accadere, imparando a controllare ogni cosa, illudendotene ovviamente.

Se ti accorgi che stai scambiando l’imparare a prenderti cura di te stesso per un modo alternativo di alimentare consumismo e frustrazione, è perché come tanti sei disconnesso dalla tua intima natura e non hai ancora realizzato che  il prendersi cura si sé è più un modo per diventare un genitore amorevole e premuroso di te stesso e fare scelte per il tuo benessere di lungo periodo, imparando a stare anche con il senso di vuoto, senza rifugiarti nel consumismo di vario genere per tamponarlo.

Si tratta di iniziare a imparare a essere l’eroe della tua vita, anziché la vittima.

E’ scegliere una vita che ti fa stare bene, piuttosto che una che sembra bella (agli altri).

Implica essere intimamente onesti, anche quando questo ti rende prevedibilmente impopolare e imparare a soddisfare i tuoi bisogni, riconoscendoli,  in modo da non dipendere da altri per soddisfarli. 

Significa diventare la persona che sai di essere e che sei destinata a incarnare, senza più procastinare e imparare che le cose più importanti non si cercano ma si aspettano.