Stroybranding e talenti

Coltivare in senso figurato significa esercitare una attività, dedicarvisi: non è bellissimo?

Diciamocelo ma diciamocelo proprio. Dopo un po’ che vai di ritagli Evernote, cominci a chiederti perché. Si, insomma perché anche tu.

Ne parlano in molti, i Social sono sulla bocca di tutti e tra le righe di moltissimi articoli.

Su Flipboard vengo costantemente aggiornata sugli orari in cui è meglio twittare, sui dieci segreti inconfessabili che faranno della mia board di Pinterest un successo planetario e poi ancora trovo  infografiche, dati statistici, oracoli per l’anno a venire, pronostici e nuove tendenze a profusione.

Così, in un pomeriggio di uggia e inquietudine, mi fermo, quasi infastidita da questo overload di informazioni e mi soffermo su un altro articolo che ho salvato.

Ti capita mai?

Io la chiamo ricerca dello sguardo laterale. Quando continui a guardare una cosa dalla stessa prospettiva e non accade nulla, tanto vale mollare la presa e cercare nuovi sguardi. Così do un’occhiata a un altro articolo: parla del rapporto che i giovani stanno riscoprendo con l’agricoltura.

Su nonsprecare, si legge infatti che in tempi di crisi si torna alla Terra. Un po’ come dire back to basic, insomma: palla al centro e riprendiamo a giocare ma a ritmi più umani. C’è chi ha ripreso i campi abbandonati di famiglia, chi ha scelto di cambiare vita e di ancorare il proprio progetto alle basi più solide e concrete che io conosca (quelle offerte dal terreno).

Si parla di periti agrari ed enologi ma anche di ingegneri, esperti di comunicazione, geometri. Persone che a vario titolo abbandonano la scrivania, per cercare una qualità di vita differente e che in molti casi si stanno aprendo a formule innovative di accoglienza. Sono quasi 600 le fattorie italiane che accolgono da tutto il mondo contadini fai da te (ovviamente qui c’è anche lo zampino del Wwof che sul suo Sito chiarisce subito:  “è un movimento mondiale che mette in relazione volontari e progetti rurali naturali promuovendo esperienze educative e culturali basate su uno scambio di fiducia senza scopo di lucro, per contribuire a costruire una comunità globale sostenibile”).

Attratta e per nulla distratta dalla piega apparentemente lontana che ho fatto prendere alle mie letture, metto a fuoco il mio messaggio e il mio perché. Da qualche tempo propongo percorsi di consapevolezza comunicativa che incentivino una sana presa di coscienza di quelle che sono le risorse di cui disponiamo, per poi comunicarle al meglio sui Social e trovo che questo mio impegno si inserisca a pieno titolo in questo movimento agricolo.

C’è infatti nel mio percorso professionale una tensione verso la ricerca dell’essenziale, un abbandono del superfluo, del figo e dello smart (non è a quell’utilizzo dei Social che mi rivolgo, ecco) per cercare di trovare risorse e risposte alternative al cambiamento economico e culturale che stiamo vivendo.

Credo che le risposte vivano in noi, nella nostra capacità di decelerare quando è il caso, o anche di fermarsi a prendere fiato ma anche consapevolezza. Il rischio di condurre vite troppo frenetiche è proprio quello di perdere di vista l’essenziale e di finire inesorabilmente ad annaspare con il fiato corto, correndo dietro ad esigenze che non sono reali ma indotte. Ecco che nei miei corsi io mi propongo di rallentare.

Cerco di capire con le persone che fanno un pezzo di strada con me, cosa ci serve e di cosa possiamo fare a meno e se ci sono strumenti, competenze, informazioni che possiamo aggiungere al nostro bagaglio per meglio viaggiare nel mondo del lavoro e non solo. E i Social Media? Perché usarli? Non basterebbe fare un percorso di life coaching a questo punto?

Come integrare questi strumenti in un percorso di formazione coerente e efficace? Io parto dal presupposto che si lavora con e per le persone e che queste oggi si trovano frequentemente sul web. Internet è diventato un brulicare di storie e ha offerto a tutti l’opportunità di raccontarne, rendendo semplice la relazione.

Attenzione però: il fatto che sia semplice collegarsi, non significa che è semplice farlo bene. Comunicare efficacemente sui Social richiede in primo luogo una non comune capacità di ascolto che si sposa a un innato interesse per la specie umana, per le relazioni e gli scambi (perché sui social è tutto dannatamente evidente: social ci sei, non ci fai). Avrai quindi intuito che  non hai scampo: se ci stai malvolentieri sui Social, se questi non ti piacciono e/o non ti interessano, se pensi che siano solo un ricettacolo di pettegolezzi, beh, hai le ore contate perché si capisce benissimo. Stessa cosa dicasi se tu su facebook ci stai per vendere: se il tuo messaggio è smaccatamente commerciale, adieu.

Non solo: comunicare efficacemente sui Social richiede dedizione, cura, molto impegno e una buona capacità di gestire diversi registri e ambiti differenti, proprio perché il Mercato si è frantumato in moltissime Tribù che condividono gusti e passioni (tu lo sai vero che a ogni passione corrisponde un modo di comunicare, uno slang, un alfabeto di immagini, corde che vibrano per alcune cose e per altre no?)

Già, le passioni muovono il Web e per comprenderle dobbiamo prima aver compreso le nostre.

Come? Tornando al semplice, al piccolo, al quotidiano, riappropriandoci ad esempio di un sano utilizzo della scrittura privata per stanare i nostri talenti e le virtù che spesso rimangono sepolte già in età scolare. Lo so, è un viaggio lungo ma un primo passo lo dovremo pur fare (e spesso, confesso, suggerisco di farlo in Natura proprio come quei tanti giovani che stanno tornando a scommettere sull’agricoltura).

Ah, non stupirti se io ai miei corsi non dico mai di portare un tablet: procurati piuttosto un bel quaderno e una robusta scorta di matite colorate!