Un augurio? Che tutto questo un giorno sembri talmente ovvio da ridere al pensiero che valesse la pena di ribadirlo.

Mafe De Baggis

Sono giorni di studio per me che tra qualche settimana inizierò un  corso di storytelling turistico.

Mi trovo a sistematizzare pensieri,  regalare corpo e narrazione alle mie esperienze pregresse, fare il punto della situazione in materia di comunicazione. In questo turbinare di attività e approfondimenti, capisco che c’è una responsabilità dalla quale non posso sfuggire e che è quella di essere coerente con quanto vado raccontando in aula e comunque alle persone che mi chiedono informazioni in tema di social media.

Fino ad oggi, più per pudore che per pigrizia, ho accettato richieste di amicizia su facebook provenienti da ditte, aziende, amministrazioni, associazioni e quant’altro, nonostante io sappia perfettamente che per queste  sia prevista l’apertura di una pagina Fan e non di un profilo personale (dedicato esclusivamente alle persone fisiche, con nome e cognome si presume siano reali).

Oggi però, che il mio impegno in materia social si fa più strutturato, sento il bisogno di contribuire a fare un po’ di ordine   (invitandovi a visitare il sito di Alessandra Farabegoli per maggiori approfondimenti in materia). Vi ricordo, però, che le regole di buon senso sono le prime che dovremmo  abbracciare, anche quando scegliamo di comunicare sui social network, perché nulla può sostituirsi alla nostra innata capacità di discernimento.

In pratica, l’avvento dei social media, non ha stravolto di per sé l’intima natura della comunicazione (anzi, semmai ci ha riportati all’era dello scambio e della condivisione che era tipica dei mercati in cui si incrociavano culture e merci differenti), ci ha solo chiesto di (ri)pensarla in modo differente, gettando le basi per un rapporto paritetico di reciprocità tra presumers (ovvero consumatori informati) e aziende e più in generale tra persone.

Image

Quelle che seguono sono piccole, semplici, per alcuni  banali, regole per programmare la nostra  presenza su Facebook a partire da una  domanda: che pesce siamo? Perché, inutile che ve lo dica, persino la nostra presenza sui social parte da un punto ben preciso: la conoscenza di noi stessi. Il profilo personale e la Fan Page, sono stati infatti pensati con obiettivi e finalità differenti, a seconda del “pesce che siamo” ma vediamolo nel dettaglio:

1. Il profilo è personale e dovrebbe, pertanto, rappresentare una persona fisica realmente esistente che abbia superato i 13 anni di età, non un’azienda o altro tipo di attività. La pagina Fan è invece l’applicazione di Facebook predisposta per rappresentare un’azienda, un ente, una causa sociale, un personaggio pubblico, una amministrazione etc. etc.

Facebook, potenzialmente, potrebbe chiudere il nostro profilo aziendale poiché non rispetta il regolamento “profilo personale e pagina aziendale” (e non sto scherzando!).

2. Il profilo non è visibile a chi non si è loggato/collegato a Facebook mentre la la paginaFan è sempre visibile, anche da chi non ha i dati di login per accedere a Facebook. Questa prima e sostanziale differenza credo sia fondamentale e aiuta da un lato a sottolineare il carattere relazionale del profilo personale (nel quale il concetto di “amicizia” si basa da un reciproco scambio, nel quale una persona chiede e l’altra riconosce) dall’altro a garantire a una azienda/associazione/amministrazione o quant’altro una possibilità di visibilità a prescindere dalla presenza su facebook della persona potenzialmente interessata ad entrarvi in relazione .

3. Il profilo ha (ad oggi) un limite di massimo 5mila amici. La pagina non ha limiti di fan, il che, ancora una volta e giustamente da un vantaggio all’azienda che usi correttamente lo strumento di comunicazione.

4. Il profilo ha gli amici (a sottolineare ancora una volta il carattere di reciprocità della relazione che va instaurandosi) mentre la pagina ha i fan. Nella pagina la relazione infatti non è bidirezionale ma unidirezionale: le persone potenzialmente interessate ai contenuti della pagina, hanno l’opportunità di ottenere aggiornamenti e approfondimenti cliccando “mi piace”, senza ricevere un’autorizzazione dalla controparte.

5. Il profilo può chattare con gli amici e mandare loro messaggi così come alle pagine, la pagina fan no: quest’ultima può al massimo rispondere ai messaggi ricevuti dai fan. Il profilo può taggare gli amici, al contrario della pagina che non può farlo con i propri fan. La pagina non può taggare i profili (nemmeno quelli dei fan), ma solo le pagine.: può al massimo rispondere pubblicamente ad un fan che abbia scritto sulla sua pagina o abbia commentato un post. Personalmente ritengo che questo punto sia importante in un’ottica social, dove è fondamentale che l’azienda, l’associazione o quant’altro, si pongano in una posizione di ascolto,  evitando accuratamente atteggiamenti eccessivamente invasivi attraverso un uso, spesso spregiudicato anche nel caso dei profili personali per la verità, di tag e/o di messaggi diretti che troppo spesso finiscono con il somigliare a veri e propri messaggi pubblicitari invasivi e fastidiosi.

 6. Il profilo non permette di vedere le statistiche di accesso allo stesso mentre la pagina dispone delle statistiche “insight” che ci offrono un quadro preciso della vita della nostra pagina, dell’attività dei fan e del loro gradimento. Quest’ultimo elemento è molto importante e ci permette anche di organizzare in modo molto più professionale la nostra comunicazione, avendo cura di capire cosa stiamo facendo, come viene recepito e, soprattutto, se viene gradito o se ci richiede un cambio di prospettiva e/o di registro che passano sempre dalla nostra capacità di ascolto.

Leggendo tutta questa romanzina vi è venuta voglia di mettervi in regola? Niente paura, esiste il condono dei fake profiles  (ovvero i profili personali che dovrebbero invece essere delle pagine fan) e Alessandra Farabegoli  ve lo spiega benissimo qua.

Infine, a titolo del tutto personale, aggiungo l’augurio (considerato che siamo a fine anno ci sta, no?) che, a prescindere dalla nostra presenza sul social network,  si torni a dare valore alle parole, quindi ai contenuti che scegliamo di condividere e alle storie che raccontiamo, perché, come diceva Nanni Moretti, “Chi parla male pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste”.