Ho vissuto due vite e la seconda è iniziata, quando ho realizzato che ne avevo solo una.

Queste parole, pronunciate da una persona appena incontrata, mi hanno detonato dentro.

Capita anche a te?

Questione di suoni, che si insinuano nella carne, nella mente e nel cuore e che iniziano a vibrare. Prima lentamente, poi con un gran fracasso interiore.

Ecco, così.

Ci sono parole Medicina ma spesso non le sentiamo perché non abbiamo le orecchie (e il cuore) orientati a sentirle, a riceverle e ad accoglierle.

Allora forse sarebbe più giusto dire che la vita intera è una Medicina, un viaggio dentro al quale tornare alla vita, ripartorirsi, rigenerarsi, ritrovarsi e che spesso questo accade solo dopo che ci si è persi, completamente.

Si devono essere spente le luci, prima di poter capire e realizzare che si stanno riaccendendo.

Si devono essere camminati i sentieri della “scordanza”, prima di ricordarsi che non tutti i sentieri ci portano al cuore e che ognuno ha i propri e il dovere di ricercarli, trovarli, spesso bonificarli prendendosene cura.

E in quella “scordanza”, dobbiamo avere avuto la fortuna di averci infilato tutto: valori, piaceri, senso di appartenenza e voglia di vivere.

Tutto.

Perché è con niente che bisogna tornare a riaffacciarsi alla vita.

Niente di quello che ci siamo raccontati essere necessario, almeno.

Niente di tutto quello per cui abbiamo speso anni di sacrifici e di tenace impegno pensando che quel grumo di apparenze, senso del dovere, proiezioni, rabbie biascicate e tradotte in “realizzazione personale” ci rappresentassero, ci vestissero come fa un guanto con la mano.

Quindi, mi viene da dire che anche il Vuoto è una Medicina, come lo è il Silenzio, l’ascolto emozionato ed emozionante dello stormire delle foglie, della pioggia d’estate che porta sollievo alla terra riarsa dal sole.

Un sorriso è Medicina, una pacca sulla spalla, il volo di una farfalla, il frinire dei grilli in un campo di grano.

La sete che incontra l’acqua di fonte è Medicina, come lo è lo sguardo di un amico, la mano di un bambino che cerca la tua, il sudore e la fatica di chi si è speso e non si è arreso.

Sciogliersi, è Medicina. Diluire l’importanza che diamo alle cose e a noi stessi e agli inciampi che siamo bravi a procurarci in vita, per giustificare soprattutto a noi stessi quell’imperdonabile latitare ai bivi, agli incroci dell’esistenza, quando tutto sembra chiamarci con una lingua universale e saggia ma noi ci impegniamo a dirle ripetutamente, ostinatamente “no”.

Camminare in Natura è senz’altro Medicina, vivificare il linguaggio antico che ancora echeggia nelle nostre cellule e scorre nelle nostre vene, tornare a parlare la lingua del Mondo tornando ad abitarlo, il Mondo, con la dignità dei Vivi, cioè di quelli che cadono, certo, ma che sanno sempre rialzarsi, vedere una nuova occasione dietro a un ginocchio sbucciato, accogliere un nuovo lancio di dadi come un invito alla danza.

Parlare al Fuoco e ascoltarne i canti, è Medicina, così come lo è l’affidarsi alla saggezza di un bosco di notte, quando tutto torna a parlare la lingua delle suggestioni e delle paure ataviche e ci apre il cuore alla meraviglia del creato, quella che non conosce parole ma solo intuizioni, briciole di consapevolezza, attimi in cui sembra accendersi una luce, un momento prima che questa si spenga e ci lasci orfani, con un senso di incompletezza nel cuore mista a nostalgia d’infinito, lo stesso che esprimono le poiane in volo.

Perdersi è Medicina e non lo facciamo mai abbastanza, prima di realizzare che in fondo non andiamo da nessuna parte e che forse, chi ci ha indicato la meta, stava solo indicando una stella, una stella co-meta.