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Le isole non son che sogno vano,
Non sono terraferma a cui approdare
Ma trappole errabonde e vanno invano
Per le acque senza fine, con l’inganno.

                                                                         H. Melville “Moby Dick”

La Primavera bussa.

Fischia, schiocca, sciaborda, sbrilluccica, s’infila nei miei pensieri.

Sono giornate di bellezza, cosa volete che vi dica. Di quelle che esco di casa e la bocca mi si spalanca e me ne sto tutto il giorno inebetita e frastornata mentre i pensieri ronzano scapestrati.

Come questo giorno qua, con il cielo che mi allarga sorrisi e si specchia nel mare.

Cammino.

E’ presto, non sono ancora le otto. Un’ora che amo molto.

La Calata, a Portoferraio, è semi deserta: si avvicinano le barche scortate da un girotondo di gabbiani sulla testa.

A bordo, scorgo i volti dei pescatori che hanno affrontato la notte, il freddo e molte mareggiate. Volti solcati dal salmastro, mani che si muovono veloci, piedi che affondano negli stivali di gomma che arrivano al ginocchio.

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Arriva un furgone e si rapisce il pesce appena pescato che profuma di sale.

Avviene tutto in pochi minuti. Poi si chiude il portellone e il mezzo scivola via rapido e silenzioso.

ll tempo di una sigaretta e qualche battuta: mantengono alto il morale i lavoratori del mare ma qualcuno non alza gli occhi e io la sua  fatica gliela leggo sotto pelle.

Sto ancora un minuto, forse due. Ho rispetto per quel sudore e per tutte le tante storie di mare che vivono sotto a quei grembiuli di plastica.

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Poi la barca si rimette in moto e solca il mare liscio.

Da lontano li vedo ancora, i pescatori: sono tanti puntini arancioni che non stanno fermi a bordo e sulla testa hanno un girotondo di gabbiani.