“Prenditi il tempo necessario per diventare il critico più feroce di te stesso nonché il tuo migliore amico. Concentrati sul lavoro, amalo e odialo e rendilo l’espressione migliore e più veritiera di te stesso”.
(David Foster Wallace)

Quando dico che mi occupo di comunicazione, in genere se non sfoderano un sorrisetto ironico, sollevano le sopracciglia con fare interrogativo. Credo che questo avvenga perché si è abituati a pensare che parole e fumo siano la stessa cosa, che comunicarsi significhi “vendersi” e quindi, in genere, promettere senza mantenere e soprattutto, cosa ben più grave, perché non ci si crede più. Siamo talmente bombardati di immagini, slogan, parole che somigliano a scatole colme di promesse vane, che viviamo diffidenti e distanti, schermati e impauriti, scocciati e disillusi. Anche per questo, invece, amo quello che faccio: perché mentre lo faccio mi piace pensare che sto aiutando qualcuno a ricredersi, a tornare ad affidarsi, riscoprendo il piacere antico delle parole che sono state storicamente il viatico di una cultura che era solo orale. Per farlo, va da sé, interpreto il mio compito di comunicatrice con grande impegno e tanto cuore, cercando di farlo solo nelle situazioni che mi siano congeniali, che per qualche ragione mi somiglino o abbiano comunque da dirmi e da darmi qualcosa, affinché io a mia volta possa restituire contenuti, emozioni e ispirazione a chi legge.

Molti credono che comunicare sia un di più rispetto alla sostanza del fare: intendono cioè quella della divulgazione un‘attività accessoria rispetto a quella ritenuta principale, dimenticando il valore sociale insito in qualsiasi professione che, nell’essere espletata, si rivolge ad altri arricchendosi quindi di contenuti condivisi. Io credo in realtà che la comunicazione (che io amo pensare etica e responsabile nel suo essere onesta e trasparente) sia parte integrante di qualsiasi attività e che anzi dalla sua qualità dipenda la buona riuscita dell’impresa, perché è al prossimo che tendiamo e ci rivolgiamo e quindi dobbiamo fare in modo di arrivarci.

Da questo punto di vista il famoso 2.0, ovvero il mondo dei social, ha permesso di fare passi da gigante, avvicinando il produttore al consumatore (che non a caso da consumer è diventato  presumer, ovvero persona che conosce il prodotto e che non si limita a usufruirne passivamente) fermo restando che, come ho già avuto modo di scrivere in altre occasioni, è opportuno fare un uso consapevole e intelligente degli strumenti, curando principalmente il contenuto da comunicare. I social sono solo dei mezzi attraverso i quali comunichiamo  ma non dovremmo mai dimenticare che la sostanza ce la mettiamo tutta noi!

In questi giorni sto osservando, ascoltando, cercando di conoscere meglio alcune realtà dell’isola, convinta come sono che senza un progetto comunicativo capace di mettere in rete racconti e realtà, gli sforzi dei singoli siano del tutto vani.

Se anche tu hai una storia da raccontare ma non sai come farlo, se hai sempre creduto che il mondo dei social e della comunicazione in genere fosse appannaggio di venditori di fumo, potrebbe essere arrivato il momento di cambiare idea e metterci cuore! Parliamone.

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