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Dopo 15 anni di “campo” mi trovo a studiare  la teoria.

Strano.

Di solito ci si forma, si studia  e infine ci si augura  di poter mettere in pratica.

La mia storia è alla rovescia, invece, e racconta i giorni di chi, come me, 15 anni fa un po’ per caso, senza troppo ragionarci sù, si è trovato a lavorare nel mondo dell’accoglienza, provenendo da altri studi.

Un mondo vasto, direi ora: allora per me era poco più grande del giardino botanico che abbracciava l’Hotel Cernia, per il quale ho lavorato tutti questi anni. Un mondo che per me ora, come allora, ha a che fare con le persone e offre uno spazio di elezione nel quale condividere visioni, pensieri, bellezza e buoni propositi.

Fin dai primi giorni di lavoro (e ho impiegato tempo per ritenerlo tale, considerato che mi piaceva e che all’epoca pensavo che “lavoro” fosse da intendersi qualcosa che si fa per dovere) ho intuito la mia fortuna: avere a che fare con persone che nel venire a casa mia, erano felici e quindi ben predisposte all’ascolto, alla condivisione, allo scambio di contenuti e ho capito che sarei dovuta partire da lì.

Se c’è una fortuna (che spesso non riconosciamo ma difficile ci abbandoni, è una questione di sguardi) io credo si debba iniziare a costruire da questa, perché dobbiamo cercare fondamenta felici, resistenti e affidabili per i nostri sogni.

Quindi io il mio lavoro di albergatrice me lo sono creato a partire dalla constatazione che ero una privilegiata a lavorare con persone felici di venire da me, contente di esplorare l’isola, curiose di conoscere casa mia.

Ho sempre pensato, per assurdo, che le ragazze che lavorano ai call center degli uffici di reclamo di una ditta, non godessero della mia stessa fortuna e che questo andasse festeggiato e riconosciuto.

La gioia e la buona predisposizione d’animo degli ospiti, mi hanno fatto subito capire che io avrei potuto parlare loro di cose belle, riempire di contenuti altri i loro giorni, consegnare a ogni persona un piccolo semino che poi il tempo e la cura avrebbero eventualmente trasformato in giovane pianta.

Ho quindi capito che la disponibilità delle persone rappresentava il terreno fertile e che i contenuti espressi attraverso il linguaggio universale della bellezza (dalla cucina emotiva – cioè in grado di esprimere e suscitare emozioni legate all’isola – passando per le camere poetiche che raccontavano del mio amore per la lettura, passando per le mostre d’arte, le presentazioni di libri, le passeggiate in natura) sarebbero state le sementi che avrei cercato di sparpagliare diffusamente nel terreno per offrire nuove visioni.

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Credo che ognuno, ogni giorno, dovrebbe interrogarsi sul significato di quanto sta facendo e che, trovando una risposta, potrebbe sentirsi in pace con il mondo.

Non sbagliamoci: tutti i lavori hanno la loro ragion d’essere e in tutti possiamo trovare un significato altro. Se ad esempio sono operatore ecologico e tengo ben pulite le strade, offro a chi passa di qua un percorso curato, un marciapiede in ordine, una piazzetta nella quale giocare a pallone può trasformarsi in una bella esperienza da condividere con gli amici: in poche parole sto regalando indirettamente gioia, semplicemente facendo bene il poco che faccio.

Il fatto è che ci hanno insegnato che il lavoro è qualcosa che fai per forza 6 ore e 40 al giorno e che, sia laudano il Signore, ne hai uno per riprenderti (solo che, sei talmente stressato gli altri sei, che finisce che spesso al settimo il corpo si prende la rivincita e ti recapita una bella emicrania o una febbre sorda che ti devasta il viso).

Io credo invece che il lavoro sia uno spazio di espressione di sé, come lo è la scelta di uno sport o di un hobby nel tempo libero  e che la responsabilità, come sempre, è nostra.

Ogni giorno noi possiamo scegliere se fare del nostro mestiere un qualcosa di utile per gli altri oppure no, perché il lavoro altro non è che uno scambio di energia: io immetto la mia e in cambio ne ricevo, pertanto quanto più in alto rivolgo quella immessa, tanto più alta sarà quella che ricevo.

Questo momento di crisi diffusa ci sta proprio chiedendo di “alzare il tiro”, puntare alto: in una parola, evolverci.

Non ci sono scelte vincenti, c’è  però un bisogno crescente di attenzione, cura, qualità, responsabilità: accogliere queste istanze societarie, inglobarle nella propria vita prima ancora che nel nostro lavoro, può conferire un valore aggiunto alle nostre scelte e alla nostra esistenza, regalando al nostro lavoro il dono dell‘Innovazione e della Visione, perché infondo siamo tutti giardinieri e ogni giorno, attraverso il nostro fare, seminiamo le premesse del nostro futuro.