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Dopo la prima lezione dedicata al Personal Branding e, nello specifico, all’importanza di riconoscere i nostri talenti, le nostre specificità, il nostro canto, mi sono ancora di più convinta si tratti di un percorso (umano, principalmente) assai complesso.

E’ complesso perché è difficile superare la paura del giudizio ed è difficile perché ci hanno insegnato a essere modesti.

Sfoglio rapidamente il dizionario e la definizione di questa parola quasi mi convince, non fosse per il sinonimo che mi suggerisce.

Dice infatti (quoto): “Qualità di chi è consapevole dei propri limiti, non mostra presunzione, non ostenta le proprie qualità SIN pudoreparlare con m.; atteggiamento pudico e schivo”.

Orbene, se si parla di consapevolezza dei propri limiti, sono la prima a dire benvenga, ci vuole, è sana, offre lo sprone ad andare oltre, a non fermarsi, a cogliere in ogni cosa uno stimolo per migliorarsi (e, aggiungo io, anche accettarsi nella propria finitezza). Quello che però non mando giù è il suo sinonimo. Pudore? Cerco nel vocabolario e si fa riferimento a un sentimento di vergogna e di imbarazzo. Vergogna? Per essere modesto mi devo vergognare? E di cosa?

Facciamo ordine.

Una cosa è, io credo, avere ben chiaro dentro di sé il concetto di limite e di perenne perfettibilità del proprio agire, come scrivevo più su, un’altra è la vergogna: sentimento sempre presente quando si tratta infatti di tirare fuori i propri talenti, di raccontarli, di esprimerli (che poi, se non lo facciamo noi nessuno lo farà al nostro posto e saremo condannati a viverli a metà o magari di nascosto, sotto forma di passatempo).

Credo che stiamo toccando il cuore del problema. Nel ricevere una educazione improntata alla modestia e quindi, benvenga, a una sana consapevolezza dei nostri limiti, si è fatto secondo me un gran danno perché si è confuso questo sano senso del limite con un senso di vergogna, di pudore che non ha ragion d’essere e che anzi ci limita, ci blocca, ci fa essere meno incisivi, meno aperti, meno chiari (con noi stessi in primis) nel momento in cui ci è richiesto di aprirci e di cantare il nostro dono, mettendolo al servizio di una comunità.

Come sempre confrontarsi con le persone risulta salvifico e foriero di nuovi spunti e punti di vista da cui guardare le cose, per cui la gratitudine maggiore la rivolgo alla mia classe che nell’aprirsi, nel mettersi in gioco con me facendo gli esercizi, mi ha offerto con chiarezza questa chiave di lettura.

Adesso so che è sul sentimento di vergogna che bisogna lavorare nel fare Personal Branding, che non basta esortare le persone a guardarsi dentro se prima non le aiutiamo a fare “pace” con quella emozione che blocca, vincola, imbavaglia, censura.

Parola d’ordine? Io mi vedo e senza vergogna mi offro a te nella mia imperfetta unicità perché anche dal mio limite e dal mio saperlo accettare nasce il mio talento.

Riusciranno i nostri eroi? Lo scopriremo al prossimo FravolaLab 🙂