Il mio incontro con la PNL ha avuto fasi alterne nella storia della mia crescita e formazione personale.

Fasi in cui non siamo riuscite mai del tutto a comprenderci nel profondo, io e lei, perché mi è sempre rimasta una sensazione di estraneità di fondo, pur ammirandone i contributi innovatori e dai comprovati effetti sulle persone.

Detto ciò, se c’è un pensiero di Richard Bandler che mi sono fin da subito tatuata nel cuore, è la sua frase (celebre) “non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice”.

Nella sua semplicità trovo che questa frase sia disarmante e in grado di dischiudere universi di possibilità.

Il cammino di crescita personale infatti, pur essendo un percorso che non ha in sé niente di lineare come vorrebbe farci credere la nostra società che ci incita a produrre, crescere, ottimizzare, migliorare, è un percorso estremamente generativo capace di aprirci a livelli di comprensione del reale via via più complessi, vari e ricchi.

Nel dischiudersi di questi mondi di significati, accade che presto o tardi ci si imbatta nelle “vecchie ruggini” infantili, da cui deriverebbero traumi, ferite, modelli di attaccamento più o meno insicuri che finiscono con il proiettare nel quotidiano l’ombra lunga della diffidenza, delle convinzioni limitanti, della dipendenza e di molti altri stati afflittivi che abitano le nostre relazioni.

Spesso questo “bagaglio pesante” porta con sé un’urgenza, quella della rialfabetizzazione emotiva e della presa in carico amorevole, paziente e compassionevole di noi stessi.

Il frutto di un’infanzia infelice, è infatti spesso un senso di abbandono diffuso, che siamo noi i primi a perpetrare su noi stessi, e una totale incapacità di esprimere i nostri bisogni in modo adulto, responsabile, capace di segnare confini e limiti in relazioni spesso confondenti se non abusanti.

Insomma, tanto per essere chiari, il lavoro che poco per volta emerge dai miei colloqui, è quello di riuscire ad abitare, nel qui e ora, quello ieri che ancora fa tanto fracasso nel cuore.

La meditazione da questo punto di vista aiuta molto, proprio perché è capace di creare uno spazio di ascolto accoglienza e pace interiore dentro cui lasciare che emergano tristezza e stati emotivi afflittivi troppo a lungo taciuti.

E’ dallo spazio di silenzio e accoglienza interiore che poco per volta può prendere forma un delicato, intimo e profondo processo di rigenitorializzazione che non vuole negare o sminuire il dolore di cui siamo figli e figlie, ma che ci invita a prendercene cura, responsabilmente.

Il lavoro che nella pratica siamo invitati tutti a fare, una volta che si sia creato lo spazio perché tutto ciò che abbiamo aggrovigliato nella pancia possa emergere, è di osservarlo, abitarlo, riconoscerlo, onorarlo.

Sì, onorare il vuoto, il dolore, la mancanza, il senso di fallimento, la frustrazione, come doni alchemici che ci consentiranno, se debitamente ascoltati, di trasformare la nostra esistenza piena di falle e autogiudizi, in un’occasione di rinascita profonda, piena, amorevole, incondizionata.

Credo che per farlo occorra riconoscere la propria umanità, la propria finitezza, la propria fallibilità e quell’universo di ombre e borbottii che ci abita infondo al cuore perché credo che sia questa la via che ci porta a “reimparentarci” con tutto, a riconoscere nell’altra persona uno specchio e non un nemico.

La strada per tornare all’Uno e liberarci dell’illusione della dualità, è lastricata di sincerità, la stessa che pian piano ci fa realizzare che tutte le persone desiderano essere felici, anche se a volte scelgono le strade che a noi sembrano le più impensate… perché non possono fare altrimenti.

Riuscire ad operare un simile salto quantico nel modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri richiede fiducia, ascolto profondo, onestà nel voler entrare mani e piedi dentro alle nostre dinamiche distorte ed elaborare il più apparentemente banale eppure il più doloroso dei lutti: quello di lasciare andare i nostri genitori, liberandoli del bisogno che siano i nostri supereroi in grado di soddisfare ogni nostro bisogno, per guardare ai loro errori e alla nostra relazione con loro, con compassione e infinita, sincera riconoscenza per il dono supremo che ci hanno fatto mettendoci al mondo.

Non abbiamo chiesto di nascere e sicuramente non abbiamo responsabilità a riguardo, ma le abbiamo in ogni momento della nostra vita per tutto ciò che scegliamo di realizzare o non realizzare in questo tempo che c’è dato.

Usando le parole di Bert Hellinger: “Subire le cose è più semplice che non risolverle”.