Mia nonna la chiamava perfettitudine.

Quella pretesa, un filo noiosa e velatamente presuntuosa di non sbagliare, ritagliandosi un proprio spazio di comodità in una confort zone, fatta di gesti ripetitivi, di abitudini consolidate e di cose nelle quali diciamolo, siamo bravini e ci sentiamo a riparo dalle critiche.

Poi arriva l’adolescenza e subito dopo arrivano le botte da orbi.

Si, quelle esperienze lievemente scioccanti che ti convincono con la rapidità di una doccia gelata improvvisa che tutte le  tue convinzioni e quello stucchevole giardino incantato di delizie dentro cui ti sei rinchiusa, come dire, sono soggetti a revisione.

Così inizi a passare in rassegna tutto.

I giorni, i mesi, gli anni, le scelte, gli approcci, i comportamenti e anche la direzione che hai dato alla tua vita. Ah e ovviamente la tua confort zone ha le ore contate!

Sulle prime non è un gioco da ragazzi, lo si intuisce, ma alla lunga si rivela un’esperienza preziosa e foriera di molte altre scoperte.

Allarghi la visuale, insieme al respiro, e cominci a capire che lo yoga fatto la mattina non è stato solo un buon esercizio per il corpo.

Nel fare spazio inizi a permettere che l’imprevisto (anzi no, proprio quello che hai imparato a tralasciare perché sulle prime non ti regalava grandi soddisfazioni) ha un ruolo nei tuoi giorni.

Inizi cioè a comprendere che la tua mappa (che non è il territorio, ma purtroppo l’intuizione non è la mia) può espandersi se solo ti concedi il lusso di osare.

Per me questo ha  abbracciato ogni aspetto della mia vita, anche perché sono del parere che non puoi accompagnare le persone dove non sei stata. Essendo io una digital coach, ovvero una persona che ne allena altre  a vedersi e a meglio esprimersi, trovo doveroso essere in primo luogo una esploratrice.

Così, tra i tanti esperimenti fatti in prima persona, non potevo negarmi il piacere di esplorare il mondo della facilitazione visuale. Del resto, proprio perché per lavoro provo a farla con le parole, mi rendo sempre più conto che queste non bastano, perché spesso esse stesse ci allontanano dal cogliere il vero significato delle cose, per come noi lo percepiamo.

In breve ho compreso che è arrivata l’ora di provare  a  fare pace con la parte destra del cervello e familiarizzare nuovamente con un alfabeto immaginifico che ho abbandonato all’inizio dell’età scolare. Del resto lo stesso metamodello linguistico di Bandler e Grinder, ci offre un’opportunità di riflessione sulle tante occasioni in cui, proprio attraverso il linguaggio, operiamo cancellazioni, generalizzazioni e/o deformazioni e più passa il tempo, più mi convinco che un sano recupero dei significati passi anche attraverso le immagini.

Anche per questo  ho deciso di partecipare al l primo barcamp italiano dedicato allo Sketchnoting, organizzato dagli ottimi Luigi Pierpaolo, Sara,  Monica e Mauro a Bologna

Di che si è trattato?

Del primo sketchcamp italiano dedicato al mondo della facilitazione visuale, che ha chiamato a raccolta professionisti ma soprattutto persone appassionate e piene di idee e talenti, da tutta Italia. Per saperne di più,  ti consiglio di leggere questo bel post di Roberto Cobianchi.

Io qui ti racconto della mia prima esperienza di meticciato esperienziale, perché Sara Seravalle  ed io abbiamo provato a dare un assaggio di digital coaching con tecniche di sketchnoting, partendo dalla metafora che più utilizzo nei miei lavori: quella della semina.

Si è trattato di proporre un esercizio di visula seeding, come lo abbiamo chiamato noi, ovvero una esperienza volta a familiarizzare con le proprie risorse, i propri obiettivi ma anche le reticenze e i censori interiori che spesso sabotano il nostro operato, il tutto all’interno di una metafora agricola che amo molto e che uso spesso nei miei lavori.

L’idea è che comunicare somigli a seminare e che si tratti di un processo assai impegnativo, lungo e dispendioso in termini di tempo e attenzione ma che, se ben eseguito, è capace di regalare fioriture insperate.

Man mano che ci si addentra nell’esperienza, si intuisce come ogni metafora porti con sé una miriade di significati che varrebbe la pena esplorare e che anzi, invito tutti a continuare a indagare una volta terminato l’esercizio. Il senso di questo provare a visualizzare insieme è infatti anche quello di cercare di  fare luce in passaggi che spesso rimangono solo mentali e che ci impediscono di trovare le risorse adeguate alla situazione. Il gruppo in questo tipo di esperienza, ha anche il compito di  sostenere i singoli, rafforzandone i risultati, rendendoli inequivocabilmente evidenti.

Per mia esperienza devo dire che raramente il problema risiede nelle capacità: più spesso è la visione delle stesse a mancarci, così come una  equilibrata prospettiva da cui osservare il problema per identificare le migliori strategie di risoluzione. E’ chiaro che fermarsi a riflettere (e a disegnare!) il nostro terreno di coltura piuttosto che le insidie infestanti o il raccolto finale, è un potente acceleratore di processi di problem solving perché non c’è niente da fare, una volta che “vedo” credo.

Il miracolo? Sta nel fatto che le risposte a questi temi risiedono tutte dentro di noi, nella nostra capacità alchemica e trasformativa che spesso un disegno è in grado di esprimere con maggior chiarezza e capacità di sintesi.

L’esperienza mi è piaciuta molto (come dire: mi sembra che ci sia un terreno favorevole a questo tipo di coltivazione) al punto che, qui lo dico e non lo nego, potrei scriverne ancora e molto presto.

Sono una convinta sostenitrice del valore del meticciato culturale, inteso come varietà di approcci e prospettive da cui osservare un dato argomento e non posso che essere felice di aver partecipato a uno sketchcamp, in qualità di “donna di parole” (ché di crescere e di ispirarsi non si finisce davvero mai).

Per ora abbiamo lanciato un semino al vento… Ma prossimamente potremmo parlare di un vero e proprio calendario delle semine, eh 🙂